martedì 30 giugno 2009
Something very big
domenica 28 giugno 2009
Il garage che non protegge dal mondo

E una birra, bevuta serenamente seduti su una sdraio, ma dopo il lavoro.
Un cinico lo definirebbe uno stupido ottimista, noi preferiamo definirlo un'anima candida che ha deciso di non farsi offendere dal mondo, anche se il mondo la offende.

La sera al pub cerca un contatto umano per quanto un bambino-adulto possa trovarlo senza sentirsi troppo preso in giro.
Naturale per Josie fare amicizia con il 15enne che viene a dargli una mano nel fine settimana.
Naturale confidarsi, bere birra coi gli amici di lui accanto al fuoco, mostrare al ragazzino un film che non andrebbe mostrato, con l'ingenuità di chi divide un piacere proibito. Una prova di amicizia che pagherà cara.
L'innocenza del Garage soccombe di fronte alla cattiveria e alla grettezza del Piccolo Paese di anime infelici.

Il bambino Josie cresce troppo in fretta e inevitabilmente muore perchè accusato di un crimine che non ha compreso.
La livida e malinconica fotografia di Peter Robertson fissa nei nostri occhi forse troppo sensibili, l'impossibilità di restare fanciulli, di decidere di sorridere alla vita nonostante faccia schifo, di vivere una amicizia pudica e innocente se si è di età troppo distanti. E si affonda.
Vincitore a Torino nel 2007. La intensamente trattenuta recitazione di Pat Shortt non si dimentica.
sabato 27 giugno 2009
Questione di target solo di target

Il fenomeno dei blog di cinema nasce per aggregazione di menti brillanti e solitarie, non con un preciso intento di "politica cinematografica". In questo senso le parole che disse il cineblogger Ohdaesu durante il convegno sui cineblog posero una giusta, anche se cinica e bara, pietra tombale su qualsiasi tentativo di "fare gruppo". Il fenomeno dei cineblogger nasce per spontanea aggregazione e non è mai stato coeso o coerente di intenti. Come del resto tutti i fenomeni (dagli Impressionisti alla Beat generation alla Nouvelle vague).
Analogamente alla critica specializzata, simpatie e antipatie sono presenti anche nella critica sui blog.

Il fenomeno essenzialmente si è coagulato intorno a un gruppo di ragazzi nati all'inizio degli anni '80, amanti del cinema orientale, anglofoni, desiderosi di usare nuove piattaforme per, finalmente, liberamente esprimersi sul cinema che amavano e di cui non trovavano traccia altrove.
Poi sono arrivati tutti gli altri. E con loro, l'audience, i visitatori unici, i contatti, le pagine scaricate, la possibilità di fare e farsi pubblicità, l'ingresso nel mondo del lavoro vero. La maturità, la crescita, l'abbandono.
Target e film
L'allargamento della critica cinematografica o della semplice informazione cinematografica, aveva fatto sperare in un allargamento di contenuti. In poche parole, si sperava che su oltre 50 blog italiani di cinema, ce ne fossero diversi che non parlassero di Transformers o de Il cavaliere oscuro, o di Wall-E o, in genere, di cinema mainstream.

E che contemporneamente alcuni blog uscissero dalla tomba della critica-fanzine, peraltro orientata quasi esclusivamente su vecchio horror, poliziottesco italico, cinema sexy anni '70, o cinema classico, intendendo per classico, tutto quel cinema storicizzato da docenti di cinema o recuperato nuovi rivoluzionari critici. Tutto cinema del passato, chiusi nel mausoleo a rivedere videocassette trasformati in Vincent Price. Ma è giovane chi vive il suo tempo.
I blogger di cinema si sono (ri)trovati anche come preferenze, al di là della necessità per i blog "professionali" di parlare di tutti i film in sala (o quasi).
La critica sui blog è divenuta (è sempre stata?) anche manifestazione del proprio gusto personale (e in effetti la critica, come esercizio, anche polemico, di scelta lo è: la storia della critica letteraria insegna), a volte mascherato sotto un linguaggio da manuale. Alla fine il recensore meno ambiguo è quello che rende un sevizio migliore all'informazione cinematografica: se un blogger ama il cinema muscolare e fascista e odia il cinema "da femminucce", è più utile che lo ammetta sinceramente senza ambiguamente nascondersi tra le pagine di Deleuze. Il suo target sa così che cosa aspettarsi.
I blog di maggiore successo sono quelli, per loro fortuna, in linea con un target amplissimo. Cioè il blogger scopre che i suoi gusti sono anche quelli di tanti altri amanti del cinema come lui.
Violetta Bellocchio descrisse, tra il serio e il faceto, i cineblogger come "bianchi, giovani, maschi, eterosessuali".
Se si scorre la lista dei film recensiti nei blog di cinema tale definizione si può ricavare agevolmente.

Nessuno naturalmente rimprovera ai blogger di cinema di essere quello che sono. Si segnala semplicemente un dato di fatto che incide chiaramente sulla completezza e sulla varietà dell'informazione.
Peraltro la Bellocchio ha dimostrato come una donna possa parlare (e bene) di cinema, persino nel tempio rozzo e becero di Rolling Stone Italia, senza diventare un maschio con le tette, come sono molte donne che scrivono di cinema.
Anche qui è questione di target: se si scrivono recensioni troppo "femminili" i contatti saranno inferiori. Quindi, ci si adatta. E si finisce come Liz Lemon nel locale di spogliarelli insieme ai colleghi.
A questo proposito, una tipologia di cinema che non trova spazio nei blog amatoriali è quello gay. Chi non abitasse in una grande città e volesse un resoconto del cinema gay in uscita o in video o reperito abroad e prontamente recensito (primo!), farebbe fatica a trovare qualcosa di serio, salvo precipitare nei siti istituzionali (gay.it o gay.tv) dove però troverebbe recensioni alla Vanity Fair.
Questa è una scelta della critica dettata sia dal target che si intende raggiungere sia dal gusto personale del critico. Il gusto ritorna. Tre esempi.

Un blogger recensisce Paranoid Park in modo entusiasta, ma sente la necessità di concludere: "Però Gus Van Sant rimane un frocio che odia le donne". Cioè, il film mi è piaciuto, lo ammetto a denti stretti, però, cazzo lui è un frocio. Una frase di estremo interesse per chi voglia capire tutto di quel blog e di cosa vi troverà dentro.
In un blog di grande successo un ragazzo commenta la rece di Milk dicendo di essere stato "letteralmente trascinato dalla mia donna a vedere il film". Anche qui, non ci sono commenti, la frase è stupenda, molto interessante e completa per definire una parte del target di riferimento di quel blog.
Un altro blogger, quello che simpaticamente chiamo Il Farinotti della connection (e mi sa che alla fine ne è contento), ha seri problemi con i film a tematica gay. Deve vederli per dovere professionale ed è una sofferenza ogni volta. Recensendo The History Boys, scritto egregiamente da Alan Bennett, il blogger si augurava che il film sparisse nelle profondità dell'Inferno per non fare ritorno. Addirittura? Motivo? La pessima recitazione? Le inquadrature approssimative? No, il fatto che raccontasse di un prof. 60enne che palpeggiava gli allievi maschi 18enni. E tralasciamo cosa scrisse di Shortbus. La posizione che questo critico ha su quel tipo di cinema trova riscontro non solo nei suoi gusti ma anche in quelli di un certo suo target alla canottieri Roma.

Quella recensione mi diede un moto di nostalgia, mi sembrò di essere tornati ai tempi in cui Avvenire e l'Osservatore romano tuonavano contro i film di Pasolini. 35 anni e non sentirli.
Questi noiosi esempi per dire che, in fondo, i blogger e la critica istituzionale condividono l'attenzione (consapevole o meno, maliziosa o meno) per il target e la scelta di campo cinematografica. Di certi film non si parla, semplicemente perchè non (mi) interessano.
(Il discorso che qui non si apre, ma lo si accenna perchè coinvolge anche il target è il seguente: per parlare di un certo tipo di cinema occorre avere certi orientamenti di genere o di sesso? E se un critico parla spesso di certi film/registi/canzoni/libri automaticamente ne deduciamo le sue preferenze sessuali? - E se è così, ad esempio, la recensione di un film nerd scritta da un nerd ha maggiore valore di quella scritta da un altro critico?)
La redazione di Sentieri Selvaggi mi disse che non avevano "coperto" il festival GLBT di Torino perchè non li avevano chiamati (?? sanno che si può avere quella cosa chiamata accredito?) e poi perchè è anche una questione di scelte (ecco, ora ci siamo). Quel Festival è uno dei più antichi in Italia e uno dei più importanti al mondo... Però agli autori e al target di Sentieri Selvaggi non interessa. Una scelta legittima che andrebbe esplicitata.
ITASA, uno dei due siti importanti di sottotitoli italiani, che sottotitola egregiamente tutte, ma dico: tutte le serie tv, non solo americane, anche quelle di livello medio o medio-basso, non ha mai sottotitolato una delle serie di maggiore successo di pubblico e critica in USA (5 stagioni): Queer as folk, della quale in Italia ha parlato (bene) un unico critico: Pier Maria Bocchi. Anche qui per carenza di interesse dei traduttori e, si suppone, del target del sito. Scelte. Target. Interesse.

Le scelte della critica in rete tagliano fuori anche altro cinema. Il cinema femminile (quello scritto e diretto da donne, non necessariamente il "film per donne", ma nemmeno il film per "bro"), il cinema francese (sia quello di parola sia quello di genere) - Ozon, Lifshitz, Gondry, Marchal Audiard - il cinema di parola e quello sulla famiglia destrutturata americano (Mamet, Baumbach, Polley, Solondz ecc.). Scelte, target, interesse.
Mi pare che solo Gli Spietati offra un ventaglio di copertura assai vasto, rispondendo a un target variegato. Vi si trova la recensione di Transformers ma anche lo speciale su Lifshitz, i resoconti della rassegna toscana di cinema orientale e lo speciale su Ozon. Il cinema dei robottoni e quello familiare. Ogni persona trova il film che gli interessa e ha occasione di leggere anche di un cinema lontano da lui. Questo perchè i collaboratori della rivista sono di gusti assai differenti tra di loro.
La critica e l'informazione cinematografica in rete è meno paludata e più libera, più divertente e più fresca, ma spesso condivide con quella istituzionale una certa sensibilità mainstream, anche quando è "di nicchia", perchè si tratta di una nicchia comunque mainstream. Di I love radio rock ne ha parlato anche Mereghetti cioè il Corriere. Le recensioni sui blog sono più divertenti e interessanti, ma qui, come detto in premessa, non si discute di qualità della critica ma di oggetto della critica.

Ad esempio, il discorso sul cinema orientale sarebbe stato più completo se accanto ai tanti registi di Hong Kong di cui si è parlato, si fosse incluso anche Stanley Kwan (Women, Rouge, Center Stage, Red Rose Withe Rose, Everlasting Regret) autore di spettacolari pellicole di straordinario impatto visivo. E Kwan è del 1956, mica è un vecchio.
Una informazione su Internet che parla tutta degli stessi film, degli stessi libri, degli stessi dischi, è una informazione più povera, a prescindere dalla indubbia qualità di molti blog di cinema e dalla qualità dei film recensiti e raccontati.
E finisce per assomigliare sempre di più alla informazione istituzionale che proviene dai media tradizionali: solo, lievemente più di nicchia.
sabato 13 giugno 2009
Brevi da Cannes e dintorni
1. Non è vero che i cinefili al cinema sono più educati del pubblico "normale", parlano durante i film, mangiano popcorn durante scene strazianti, comunicano fondamentali notizie parlando al cellulare, spesso sono distratti. Insomma come un pubblico tradizionale.
2. La sigla della rassegna, girata nello squallore di piazzale cadorna a Milano è banale, brutta e stereotipata - ragazzo e ragazza, seduti, lei scrive su un blocco (naturalmente, è una donna), lui giochicchia con il cellulare (ovvio, è un uomo).
3. Viceversa sono divertenti le intro della società francese che si è occupata della sottotitolazione (in francese ovviamente) a Cannes. Uno spot per esaltare la bellezza della versione originale. A quando in Italia?
4. Si può portare in sala una heinken da 66 cl e sbevazzarsela allegramente.
5. Più sale l'età del pubblico meno uomini si vedono in sala.
6. La maggior parte delle persone non legge le sinossi, vanno a vedere film a caso, probabilmente per avere il piacere di lamentarsi dopo.
Ma veniamo alle brevi sui film.
Filth And Wisdom di Madonna (Dintorni) - UK
Non è brutto come vuole un pregiudizio, che è sopratutto verso la cantante e quello che sappresenta. I contenuti sono da baci Perugina, e all'ennesima sentenza sputata da Eugene Hutz ti verrebbe voglia di praticare su di lui le fantasie sessuali con le quali intrattiene i suoi clienti, ma visivamente e musicalmente si tentano delle sperimentazioni e si parla di perversioni sessuali senza alcun tipo di moralismo peloso o imbarazzo da cortile.
J'ai tué ma mère di Xavier Dolan (Quinzaine des Réalisateurs) - Canada
Il vincitore della Quinzaine ha 20 anni, e probabilmente molti lo ricordano attore nel recente
Martyrs. Sì ha diretto un film, il nostro Xavier, coronando il suo sogno di filmare quello che molti ragazzi gay hanno solo raccontato nella loro testa sul rapporto, come si sa, controverso e conflittuale che ogni maschio gay adolescente ha con sua madre, specie se lui la considera sciatta, volgare e senza il minimo gusto. Cinema verboso come solo quello francofono sa essere e perciò cinema che a noi piace moltissimo. In più Xavier, cui perdoniamo le molte ingenuità dovute alla prima regia e alla esuberanza adolescenziale, ha un certo sguardo, e il film ha una carica emotiva che lo sorregge laddove sta per crollare. Di sicuro si può dire ai giovani registi italiani, vedetelo e vergonatevi (Oreste De Fornari, cit.).Un Prophète di Jacques Audiard (Selezione ufficiale) - Francia - Gran premio della Giuria
Un ottimo film. Audiard (Tutti i battiti del mio cuore, Sulle mie labbra), secco, teso, asciutto,
potente è cinema delle viscere, camera addosso ai corpi, alle facce, carcere scuola di (nuova vita) ma sopratutto metafora di una società (del crimine) multietnica in cui la vecchia guardia corsa cede il passo all'arabo invasore. Più che un film carcerario la presa d'atto della fine di un mondo, i nuovi padrini hanno la pelle scura. Filosofia di grana grossa ma di straordinario impatto.Daniel Y Ana di Michel Franco (Quinzaine des Réalisateurs) - Messico
Una storia vera. Fratello e sorella di una famiglia ricca di Città del Messico vengono rapiti e sotto minaccia sono costretti a scopare davanti a una videocamera, alimentando il mercato dei video porno clandestini. L'episodio pian piano superato da lei, in procinto di sposarsi - matrimonio liberazione e fuga dalla famiglia - stravolge la vita del 16enne Daniel, facendo affiorare quel desiderio di incesto, sogno erotico sottopelle. Franco lascia la tensione in superficie, si affida al non detto, rifugge le scene madri e il compiacimento emotivo rendendo decisamente dura la pellicola per uno spettatore senza vie di fuga. Scena da ricordare: Daniel che al matrimonio della sorella va in bagno e sborra nel cocktail del cognato. Il massimo della vendetta secondo i codici di un adolescente etero.
Humpday di Lynn Sheldon (Quinzaine des Réalisateurs) - Stati Uniti
E veniamo alla degna conclusione di questa tornata cannense. Humpday, per chi non lo sa, è il giorno del porno. E Ben è il bravo ragazzo che ha sposato una brava moglie, hanno comprato una casa, progettano di fare figli e scopano senza guanto durante l'ovulazione.

Arriva Andrew, vecchio compagno di college di Ben un Kerouac dei poveri, donne, alcol, esistenzialismo, fancazzismo e spinelli. I due sono molto felici di vedersi, ehi fratello, ehi amico, cazzo quanto tempo, e una pacca, e un abbraccio e una pacca, e un abbraccio. Ma baciatevi, porca troia e facciamola finita!
Sisi, stai quanto vuoi a casa nostra fratello.
Andy rimorchia una fica (poi lesbica) e invita Ben nell'appartamento di lei. Sbevazzano e salta fuori l'idea di fare un porno gay per il Festival Humpday. Due maschi etero che scopano! WOW! Una cosa artistica.
Lynn Sheldon è una donna e ci sguazza nel prendere in giro tutte le paure dei maschi eterosessuali di fronte al desiderio omosessuale. E fa un film molto divertente assecondata da un cast in palla. Chi cazzo se lo scoperebbe Ben, che va in giro con la maglietta zozza e bucata sotto l'ascella, con la stessa tranquilla sciatteria da maschietto etero ammogliato?

E finalmente vediamo girata la famosca scena delle due lesbiche e del maschio etero che vi si butta in mezzo. Niente da fare, lui tocca per sbaglio un dildo, capisce che loro vogliono solo i preliminari da lui, ma il cazzo che entrerà nella figa sarà quello di gomma. Lui si stranisce e va via, comprendendo che forse con le lesbiche non è storia.
A me ha ricordato i gay chicken movie, quei porno dove due ragazzi che si dichiarano absolutely straight finiscono per sfidarsi a farsi cose gay, e poi finiscono per... beh, lo potete immaginare. O vedere...
Spotta e risposta
C'è la crisi? Boh, non so. Se anche ci fosse, basta non fare gli schizzinosi, accontentarsi delle cose semplici, come un panino col salame e naturalmente una Coca-Cola, naturale accompagnamento del pane e salame e di certo meno costosa del lambrusco o del chianti.
Cioè risparmia su tutto - fai una vita asociale e senza divertirti mai, non andare in vacanza non fare spese inutili, non sognare nulla, sentiti una merda per 23 ore al giorno - ma quel poco tempo e denaro che hai spendilo tutto in quella famosa bevanda che è l'unica cosa che ti è indispensabile per essere felice.
Del resto non si dice: dammi una coca anche se in quel baretto in cui vai da anni, hanno solo la Pepsi? E non vieni guardato come un insulso freak o un amante del cinema francese (è lo stesso) se orgogliosamente vuoi una Pepsi? Cos'è questo ostentare?
Nello spot della Coca, come hanno fatto altre volte, i Norman Rockwell della counicazione istituzionale Coca-Cola ti usano il fumetto naive e una voce di ragazzina che ti convince inevitabilmente che tra le cose semplici della vita c'è pure lei, la bevanda che ristora.
Che poi è un concetto mica così peregrino. Ho poco denaro ma anzichè spenderlo per pane e mortadella mi compro la barretta di cioccolato o l'ovetto con la sorpresa.
Non che si vogliano qui difendere i pubblicitari e il loro cinismo, ma che costoro intercettino comportamenti reali non c'è dubbio. Della serie che mondo sarebbe senza nutella? Un mondo migliore.
Del resto se un critico cinematografico cerca di convincermi che i 4 salti in padella sono buonissimi, posso io fidarmi del suo gusto in fatto di film?
Naturalmente uno spot che colpisce basso ventre come quello della Coca Cola si presta ad essere pariodiato, specie se poi protagonista è una ragazzina che si dice pisana... Mai lo avesse fatto: i toscani ci hanno sghignazzato sopra. Qui di seguito potete vedere la parodia e il vero commercial. Poi ovviamente si innesca il meccanismo virale per cui tutti parleranno dello spot (vero o falso non importa) e la Coca Cola è ancora più contenta. E noi lo si prende ar culo du' vorte. E mai nessuno che abbia le palle per dire che la Spumador è molto più buona.
mercoledì 10 giugno 2009
Il film dell'estate!
lunedì 8 giugno 2009
Cannes e dintorni
E Gilliam? E Coppola? Sul resto dei film presenti speriamo nella scelta oculata dei selezionatori.
Mancano due film che parevano validi come Precious di Lee Daniels e Fish Thank di Andrea Arnold.
Stupisce la totale assenza di cinema orientale, pure presente in massa a Cannes.
In compenso abbiamo Sacro e Profano, diretto da Madonna.
Ma c'è anche il pare molto divertente Tales from the golden age, dove si alternano diversi registi romeni, tra cui il noto Mungiu.
E c'è il vincitore della Quinzaine, J'ai tué ma mére, dichiarazione di intenti liberatoria del 20enne regista Xavier Dolan, che fa un film per raccontare un qualcosa - il rapporto di amore/odio con la propria madre - che molti ragazzi gay come lui e prima di lui si sono limitati a filmare nella loro testa.
Noi puntiamo anche su Humpday, che viene consigliato da Emanuela Martini, amici etero che decidono di girare un porno gay, tanto per stuzzicare banalizzando la trama. Il titolo ci piace ed è già una scommessa per i nostri distributori, se mai lo distribuissero. Qualche suggerimento? Il giorno della chiavata? Saremmo curiosi di leggere la recensione dei Farinotti della blogosfera, semmai li pungesse vaghezza di vedere il film.

Avremmo gradito anche la presenza di I Love You Philip Morris, che pare sia abbastanza divertente, e non crediamo verrà acquistato in Italia.
E, sopratutto avremmo apprezzato Morrer como um homem, del grande Joao Pedro Rodrigues, regista assai trascurato anche dai cinefili, che qui accanto vediamo insieme alle protagoniste del suo film, due splendide transessuali.
sabato 6 giugno 2009
Audace fiero Bellocchio

Il coraggio di Bellocchio è di raccontare questa follia amorosa con una aderenza filmica assoluta all'epoca, narrandoci la storia (e la Storia) come all'Opera, usando lo specifico italiano del melodramma, non temendone gli eccessi, tratteggiando caratteri sul filo dello stereotipo, affrescando "scene madri" potentissime, usando senza riserve il primo piano, abbattendo la Storia con il Cinema, la forza dell'immagine (e dell'immaginazione) come unica verità, le testimonianze, i documenti, i ricordi non contano nulla, l'unica cosa vera è quell'uomo sullo schermo, il cinegiornale, il fotogramma (ri)scrive un'epoca, l'unica realtà è quella filmata.

La passione politica unita in un amplesso con quella amorosa e vissuta dannunzianamente al massimo (Bellocchio filma i corpi nudi dei due amanti senza timidezza né vergogna, mostrandone tutta la sensualità). E mentre Benito scopa bene ma ad occhi aperti, Ida li chiude (e quindi non vede) e si abbandona all'amore (siiii, ti amo, daiii ancora, ti amo), la storia è già scritta.
Non si può non accennare ad un ulteriore sottotesto filmico, se non altro per la sua attualità: la condizione della donna che pensa. Ida è colta, intelligente, appassionata, combattiva, sensuale, non accetta il ruolo sociale che le viene imposto (a differenza di Rachele, per contrasto, rozza, incolta e sessualmente spenta, che è contenta di fare la massaia fascista). La pazzia è non adeguarsi alle regole sociali.

D'altro canto Ida, pur così colta e intelligente, si gioca tutto per amore, confermando sia che la passione distrugge la razionalità, sia la vocazione al sacrificio tutta femminile (ma non siamo in presenza di una vocazione sacrificale cristiana: Ida si sacrifica ma in cambio pretende moltissimo, cioè il Nome).
Bellocchio lavora anche su un altro piano. Nella follia di Ida si assiste alla confusione tra realtà e immaginazione, tra finzione e verità - storica e della (sua) storia. Benito esce dalla vita ed entra nello schermo, diviene figura da cinegiornale, il kid chapliniano diviene il kid di Ida. Le lettere compromettenti volano in aria come i volantini di propaganda, fasulle e partigiane.

Benito icona buttato giù dal piedistallo dal figlio mai voluto, amato, riconosciuto, Benito icona schiacciato infine dalla pressa democratica di un Paese che ha già dimenticato quello che ha fatto (per rifarlo ancora?).
E la finzione, la rappresentazione della Storia (e della storia) assale e prende il sopravvento sulla realtà. Un matrimonio è stato celebrato o Ida si è filmata tutto nella sua testa?
E nella rappresentazione di questo potente melodramma che consuma il suo destino (di
sangue) fin dal primo bacio sotto i portici (in quella scena c'è tutta la tragica anticipazione degli eventi successivi), Bellocchio supportato dalla temeraria fotografia di Ciprì, realizza un film novecentesco e scomodo, non per i poco interessanti riferimenti alla attualità politica, ma per il coraggio di fare un film visceralmente e orgogliosamente italiano come il futurismo, complesso e insieme accessibile, Cinema che senza ritegno dichiara la potenza, la fascinazione insieme alla pericolosità dell'immagine e dell'abbandonarsi inevitabilmente ad essa.Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi sono bellissimi come due divi di un film di Alessandrini o di Blasetti.
venerdì 29 maggio 2009
Fatelo

Fatelo con il cu...
Sì, qualche copy dell'agenzia deve averci scherzato su.
Stiamo parlando della campagna Akuel per la sensibilizzazione dei giovani all'uso del preservativo (in collaborazione con Sweet Years). La campagna è partita il 28 maggio dalle banchine della metro di Milano, come avete visto dalla foto e si sposterà sugli autobus romani a breve.
Ecco cosa dice Elena Avanzi, marketing and communication manager di Ansell Heathcare che produce i noti profilattici: L’obiettivo di Akuel è diventare “amico” dei giovani. Il messaggio da trasmettere è che il sesso è insieme amore, passione, divertimento e l’uso del preservativo permette di viverlo con maggiore serenità e sicurezza.
Naturalmente i proventi Sweet Years li verserà alla Croce Rossa. L'iniziativa è lodevole, ma sentire parlare di "preservativo griffato" fa un po' ridere, specie se pensiamo al costo in genere di una confezione di profilattici e alle polemiche che accompagnano ogni tentativo di fare educazione sessuale nei licei o di distribuzione gratuita dei preservativi nelle scuole.
mercoledì 27 maggio 2009
Like honey
pubblicità maestra di vita
Prendete lo spot della cedrata Tassoni, quella bevanda retrò che piace solo a noi vecchi monarchici. Quel colore di cane in fuga che vediamo nelle bottigliette di vetro e quel sapore esotico ma non erotico, quel succo di cedro, agrume ignoto ai più e mangiato dai meno, quel frutto impossibile dal sapore improbabile.
"Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare, ma trova un minuto per me".
domenica 24 maggio 2009
Il tormentone estivo 2009
L'amore mette sete/Lo trovi dentro ai bar
Un sogno a chi ci crede/Forse regalerà
C'è chi lo incontra in rete/E chi lo comprerà
Nel mondo sale e pepe/L'amore non ha età
Quando non sai più a chi credere
Apri il tuo cuore che/ Fuori la vita c'è
L'amore arriva e fa tutto da sé.
(TUTTI INSIEME!)
Bello l'amore che va su, che va su, che va su/Tra le nuvole e anche più su
Bello l'amore che va giù che va giù che va giù/fino all'anima e anche più giùùùùù
E' un gioco che non si ferma mai/Fatto di sogni, di gioie e guai.
sabato 23 maggio 2009
Salvata dalla campanella

Teofila Fringuelli era vedova, ma siccome si era sposata in messico - come Sophia Loren, amava ripetere con un pizzico di civetteria e per dare maggiore sostanza alla sua storia, la portiera del suo stabile anni '50 continuava a chiamarla signorina. E lei, per ripicca, la chiamava per nome e non le dava mai la mancia per le feste.
La professoressa Fringuelli - ah, quante ne avrebbe sentite sul suo nome, da parte degli alunni più sfacciati - era arrivata in quella scuola media dai muri scrostati, le scritte oscene nei bagni, che nessuno aveva più voglia di cancellare ogni giorno, e quelle classi così vivaci - vivace era un termine che l'educazione della Fringuelli sostituiva altri termini più coloriti e impronunciabili - piena di quell'entusiasmo di chi si può alzare un po' più tardi al mattino.
Dieci anni che parvero venti. Teofila Fringuelli non sapeva se era riuscita ad insegnare italiano e storia a quei ragazzi e ragazze che le erano passati davanti, e qualcuno anche sopra, durante tutti quegli anni. Lei, di certo aveva imparato molto.
Era rimasta affascinata dalle molte modalità di comunicazione dei suoi alunni tra di loro, mentre si faceva lezione. A metà anni '90 non esistevano i cellulari e Internet era usato dai militari o da qualche scienziato che presto lo avrebbe inoculato nelle menti e nei corpi di tutti.
Ma allora, si scrivevano lettere e si mandavano bigliettini. Nei modi più fantasiosi.
La professoressa Fringuelli pensava che se i suoi alunni avessero avuto la stessa fantasia comunicativa mentre scrivevano i temi che lei assegnava loro, sarebbe stata molto fiera di quella classe.
Si consolava nell'apprendere che le modalità del corteggiamento non erano cambiate molto, rispetto a quando era ragazza. I due innamorati non si parlavano se non attraverso l'utilizzo di messaggeri, come del resto all'epoca dei cavalieri.
Giulia ha detto che Paolo gli piace, diceva Stefania a Marco. E Marco andava da Paolo, in trepidante attesa, per comunicare la notizia. Paolo, emozionato, ma maschilmente freddo, dettava la sua risposta a Marco, che la riportava correttamente a Stefania che poteva confermare a Giulia che il suo sentimento era ricambiato. Solo allora i due promessi si facevano avanti, scortati dai cavalieri e dalle dame che avevano tessuto la tela per loro.
Sì certo, non è che le scene o il linguaggio fossero così aulici, ma la modernità e la rozzezza dell'approccio non ne avevano intaccato quello splendore che resisteva da secoli.
Certo, poi c'erano quelli del biglietto anonimo e spesso osceno, quanti ne aveva sequestrati! Fonti di notevoli rossori per la professoressa, ma anche di utilissime notizie di quante informazioni, specie sul sesso, fossero a conoscenza dei preadolescenti.

Con l'esperienza la professoressa Fringuelli era arrivata a individure subito il latore della presente. In modo particolare dal ripetersi delle fantasie - non si può pretendere che un ragazzo prepubere possa variare molto le sue oscenità, e ognuno aveva le sue preferite. E dagli errori di ortografia. Congiuntivi che lottavano disperatamente con i condizionali, perdendo la loro battaglia. Espressioni idiomatiche dialettali tradotte letteralmente in italiano. "Ssoressa, lei è poco uscita". Il giovane Fabris intendeva alludere al fatto che la professoressa Fringuelli non fosse molto "donna di mondo", fosse un po' scollegata con la vita reale e i suoi mutamenti. La professoressa Fringuelli pensò che il giovane Fabris avesse ragione. Fabris era uno deigli alunni che ricordava maggiormente. Un talento per l'improvvisazione chiuso dentro un dodicenne costretto a fingere di essere uguale a tutti gli altri. Chissà che liceo frequenta ora. Lei lo avrebbe voluto al classico, ma Fabris diceva che voleva fare "le professionali". Che avesse avuto nuovamente ragione, il giovane Fabris.
E poi Rinaldi, un fascio di irrequietezza e sfrontatezza. Rinaldi aveva fatto scoprire alla professoressa Fringuelli che a 13 anni si può già avere una perfetta erezione. La professoressa non avrebbe mai voluto saperlo, anni di educazione cattolica le erano crollati addosso come un muro malfermo che nessuno aveva rinforzato nel tempo. Era anche colpa sua, si era chiesta dove mai guardasse con tanto interesse Cinzia Lorenzi. Seguendo il suo sguardo l'occhio era arrivato al banco di Rinaldi, che quel giorno sedeva da solo in penultima fila. E lì, aveva visto quella erezione e quella mano che la muoveva spavaldamente. Con indifferenza, cercando di ingoiare il suo imbarazzo, aveva chiamato alla cattedra Rinaldi, che, in mezzo alle risate di alcuni compagni, che evidentemente avevano assistito allo stesso spettacolo della professoressa Fringuelli, si godeva la sua passerella, mentre si aggiustava il pacco nei pantaloni. La professoressa lo interrogò senza il coraggio di guardarlo negli occhi.

La professoressa Fringuelli ricordava esattamente quando aveva deciso di ritirarsi. Il primo segnale lo ebbe mentre era in macchina, ferma ad un incrocio. Prese in mano il telecomando che apriva il cancello della sua casa e lo puntò in direzione del semaforo, tentando con tutte le sue forze di fagli cambiare colore. Un signore nella macchina accanto sparò gli occhi addosso al finestrino per lo stupore. La professoressa sparì sotto il cruscotto per l'imbarazzo.
Ma il giorno fu un altro. Stava facendo lezione in terza F. Il solito brusio accompagnava le sue parole, oramai era un rumore di fondo familiare e rassicurante come il traffico che sentiva la sera sotto la finestra di casa sua. La professoressa Fringuelli andò alla lavagna. E lì, il buio totale. Tabula rasa, come dicevano gli insegnanti della professoressa Fringuelli. Intere nozioni accumulate nel corso degli anni, erano sparite. Non ricordava più nulla.
Tremando, finse di riflettere su quello che doveva segnare su quella lavagna. Si sentiva come l'alunno che non ha studiato e tenta di prendere tempo. Poi, la campanella, quel suono così liberatorio per i suoi alunni, venne accolto con un sollievo infinito dalla professoressa Fringuelli. Salvata dalla campanella.
La signorina Teofila Fringuelli depose il gesso, andò alla cattedra, chiuse il registro e non lo riaprì mai più.
giovedì 21 maggio 2009
Didattica filmica

Ecco 8 buone ragioni per cui un maschio etero deve vedere un porno gay.
I’ve tried to get my boyfriends to watch guy-on-guy porn with me. Yhey’re game to watch pseudo-lesbians paw each other, but they draw the line at man love. But there’s a lot a guy could learn about sex by watching two dudes go at it. So, I’ve decided to give guys the cheat sheet on what they could learn from gay porn.
- We All Want To Feel Someone: Men take the blame for wanting anal sex, but a lot of women want to do it, too. Men have something back there that’ll get them off—the prostate. All I’m sayin’ is, you scratch my back, I’ll scratch yours.
- Be Aggressive: Gay porn can be a little rougher, and still consensual. Something about a man throwing a woman against the wall to kiss you is sexy. It shows you want to do me, with passion. I’m not made of porcelain; I won’t break. Feel free to let me know how bad you want it.
- Wear Nice Underwear: Packaging does a lot for a package. Leopard banana hammocks are a more of a niche market, but a decent pair of tightie-whities is a total improvement.
- Role Equality: We both have the ability to be “the top” or “the bottom.” Sometimes, I want to be the one taking the lead, and sometimes I don’t. That doesn’t make anyone less of a woman—or a man, for that matter.
- Trim Your Hedges: Our secret gardens are always growing, so you’ve got to maintain yours. No one is saying that you’ve got to weed the whole place, but, you know, you gotta keep up with your manscaping.
- Location, Location, Location: Why don’t we do it in the hall? Or the pool? Or our military bunker? Well, you get the idea.
- Orgasms Aren’t Optional: It not over until the mutual money shot. We both need to get what we came for.
- Lube Job: Feel free to use lube. I make it magically, but every bit counts.
lunedì 18 maggio 2009
venerdì 15 maggio 2009
Ricomincio da Trek

Ma se Abrams può cambiare e io posso cambiare, allora tutto il mondo può cambiare (Rocky IV, cit.).
Una delle cose che si rimprovera agli script è che spesso non hanno un decente mood di partenza del cd. eroe. Abrams non solo ce ne costruisce uno appassionante, ma ci fa anche versare qualche lacrima. Ora l'eroe può partire per il viaggio, il film può cominciare. E questo è cinema.

Altre due cose. La passione per il vintage (non solo a livello trucco e costumi ma a livello di effetti sonori; quel gran figlio di Abrams ci gioca da matti e i fan della serie anni '60 godono come vitelli alla monta). Chi ha la pazienza per i titoli di coda è ripagato dal tema originale della serie tv di Alexander Courage, inaspettato per chi non abbia letto di tutto sul film prima di vederlo (ma poi c'è gusto?).
L'interesse, perfettamente in linea con moltissimo cinema mainstream di oggi, di raccontare una storia di amicizia maschile, in cui le donne sono necessario (ma non indispensabile) contorno.
Gli sguardi tra Spock e Kirk, e il sigillo al rapporto che viene dato ad un certo momento, sono quel non detto che avevamo sempre saputo. I due in fondo si amano. Il resto sono false piste.

La sensazione, anch'essa vintage in un certo senso, è di avere assistito a un lussuoso pilot in cui i vari personaggi (Sulu, Checov, Uhura, McCoy, Scotty, Spock e Kirk) vengono presentati in una nuova versione al passo coi tempi. E ora possono partire gli altri film., quelli veri. Un'operazione rischiosissima, la Paramount si è spinta coraggiosamente là dove nessuno Studio era mai arrivato prima.
Attori simpatici e belli. Con la mia compagna di visione non abbiamo litigato, lei si prende Zachary Quinto (Spock) e io mi prendo Chris Pine (Kirk), con il quale, a giudicare dalla foto che potete vedere, potrei avere maggiore successo.
martedì 12 maggio 2009
Shelter
lunedì 11 maggio 2009
Petunia risponde (4)
Eva00, Giardino dell'Eden
Cara Eva, ci conosciamo? Ci siamo per caso incrociate alla festa sado-pop di Lavinia Borsetti Rastelli?
In ogni caso, lasciati dire che è la solita storia. Per noi salame da sugo, quando arriva la primavera è tempo di grandi pulizie. Ma non della casa, della ciccia in eccesso.
Quei vestiti che fiduciose comprammo l'anno scorso non possiamo più metterli, non solo perchè già naturalmente fuori moda, ma perchè sembrano quelli della nostra amica anoressica.
Come. Abbiamo. Fatto? Cosa è successo per imbottirci come un panino unto della festa di Rifondazione?
Tutte le riviste, da Fit for fun a Sale e Pepe sono contro di noi. Parte la prova costume, annunciano sguaiatamente. E per noi è tempo di cyclette e addominali. O di liposuzione nei casi più fortunati.
Del resto non possiamo affrontare la spiaggia portando sempre il pareo. Con il rischio che le nostre vicine di ombrellone facciano una scappata al bar per mormorare tra un negroni e l'altro che forse, non per farmi gli affari suoi, non è per cattiveria, ma proprio pare, cioè non sembra anche a voi che sia incinta? E tu sai cosa succede alle over 35 che rimangono incinte. Non fanno più La prova del cuoco, cara mia.
No, quella fastidiosa ciambella va tolta. E non perchè ce lo dicono loro, i maschi, i Porci di Stagione in traferta balneare, quelli che dal largo dei loro 90 chili di flaccidezza si permettono di dire balena a destra e sinistra, e l'hai vista quella, e si può andare in giro così? E perchè tu come vai in giro, che per portarti addosso il tuo lardo ti ci vuole un carretto?
Buttano la loro fiocina (corta, ça va sans dire) sapendo che un pesce (spesso uno scorfano) lo beccano, un trofeo da appendere al muro al ritorno in ufficio. Oh, raga, una me la sono fatta. Figo. Bella. Lì.
No, dobbiamo farlo per noi, per sentirci più carine, per sfidare noi stesse e vincere, per indossare di nuovo il bikini del liceo, che il vintage sia con noi.
E quando prenderemo possesso della nostra cabina, quella che prenotiamo da anni, quella accanto alla caaaara amica del mare, che vedi una volta e poi scompare, avremo il bagnino dalla nostra parte, un margarita nella nostra mano e un MPS (Maschio Predatore da Spiaggia, non: nota banca toscana) ci lancerà lo sguardo trombiamo duro tra l'aperitivo e la cena. La pausa che ristora.
lunedì 4 maggio 2009
Ishermovie
meccanicamente. Un quadro, per esempio, lo si può guardare solo fuggevolmente, o se ne può fissare l'angolo in alto a sinistra per mezz'ora di seguito. La stessa cosa vale per un libro. L'autore non può impedirvi di saltare delle pagine, o di andare a leggere l'ultimo capitolo, scorrendolo poi a ritroso. Insomma si è liberi di scegliere il proprio approccio. Ma quando si va al cinema è diverso. C'è il film, e lo si deve vedere come il regista vuole che lo si veda. Lui stabilisce i punti, uno dopo l'altro, e vi concede un certo numero di secondi o di minuti per coglierli ad uno ad uno. Se vi lasciate sfuggire qualcosa, non si ripeterà, né si fermerà per spiegarvelo. Non può. Ha cominciato e deve andare fino in fondo... Vedete, il film è veramente una specie di macchina infernale...(...)

(...)
venerdì 1 maggio 2009
I film di Speziato (1)
That touch of mink (Quel tocco di minchia) - di Delbert Mann (1962) con Cary Grant e Doris Day
di Speziato Mercadante
di moglia. A 60 anni, cazzo, se cerchi moglia o sei frocio o sei un cesso e allora rinuncia porca troia. E quello non era brutto, cioè io non ne capisco niente di maschi, ma alle donne piaceva.E poi cera Dorisdey che fa la vergine, ma vergognati a quella età ancora fica sbarrata, chitticrede.
Mi sembrava fantascienza, lui ricco che vuole una donna e li piomba addosso la vergine vecchia ma non da buttare, che io me la sarei fatta dorisdey perchè è di quelle che sembrano sante ma poi sono troie.
Insomma la storia è che lui per tutto il film la insegue per farsela e darle quel tocco di minchia che lei aspetta da quando era piccola. E ci credo. E menomale che ha trovato Cary Grante, che non era cesso, pensa se era costretta ad accontentarsi, boh, non lo so, di Fransis il mulo. Gran tocco di minchia pure lui, ma, cazzo, è un animale.
Icona morta fa buon marketing

lunedì 27 aprile 2009
Fuori menù ma stesse cibarie

domenica 26 aprile 2009
Sono io che me ne vado
Noi amiamo le parole. Una delle cose che ci fa amare Capote è che lui si definiva un giocoliere delle parole. E lo era.

Violetta Bellocchio ha una scrittura moderna (senza quella patina di giovanilismo modaiola e fastidiosa), controllata, intelligente senza essere pedante, affilata, ironica (una ironia, e spesso, un sarcasmo, a volte fraintesi o spesso non pienamente compresi).
Non abbiamo ancora letto Sono io che me ne vado (Mondadori, Strade blu), e ne riparleremo, ma siamo certi che ritroveremo - in questa storia dura, difficile, di cambiamenti, di coraggiosi guardarsi dentro, di scelte - quella scrittura ricca di divertita rabbia di chi vorrebbe allontanarsi dallo squallore dei sentimenti a gettone, precotti, prepagati. Semplicemente per sopravvivere. Sono io che me ne vado è la frase che ci è morta in bocca troppe volte.
Sul sito dedicato al libro potete leggerne alcune pagine.
Violetta Bellocchio ha una scrittura femminile. Non (per carità!), femminista, non melodrammatica, non melensa. Ma, vivaddio, femminile, nel senso che trasuda sensibilità (sentire le cose è esercizio di altruismo, poco diffuso tra noi maschi), attenzione, sensualità sottopelle, ironia e distacco.
La letteratura è ritmo e leggendo quelle prime pagine del romanzo, quelli che non la conoscevano comprenderanno subito quale straordinario senso del ritmo abbia la scrittura di Violetta Bellocchio.
Io auguro a questo romanzo tanta fortuna, e cercherò di ricordarmi che se permetto agli altri di trattarmi da vittima, avrò la vita più facile, ma non mi libererò mai della loro compassione.
martedì 21 aprile 2009
Indicazioni stradali
sabato 18 aprile 2009
Bob ha problemi con l'orso

Il libro è decisamente divertente, ironico, impietoso e doloroso, pieno di rimpianti e sarcasmo verso il nuovo modo di fare cinema oggi. Linson è anche capace di prendersi in giro in modo delizioso, specie nel raccontarci uno dei suoi peggiori disastri produttivi. Ci riferiamo alla tormentata produzione di The Edge, da noi uscito come L'urlo dell'odio, sì quel film terribile con Hopkins e Baldwin. Nonostante la sceneggiatura di Mamet. La prima lettura del copione con De Niro, e dei problemi di Bob a lottare con un orso...
Art, Bob dice che ha letto il copione e ha problemi con l'orso... Uno spasso.
Poi arriva Baldwin con la barba e non se la vuole tagliare.
Nel film che Barry Levinson ha tratto dall'essenza del libro di Linson, che lo stesso Linson ha sceneggiato e prodotto, è Bruce Willis a fare l'attore cazzone e pieno di sé. Bruce se la cava, è attore da commedia Bruce.

Purtroppo si perde molto del divertimento del libro - sopratutto la malinconica rabbia che lo percuote e fa vibrare di piacere - ma la sceneggiatura conserva qualche sapida battuta sulla industria del cinema di oggi, e De Niro dimostra di impegnarsi un po' di più del solito. Poi c'è Sean Penn che fa Sean Penn che fa l'attore impegnato nel film arty di cui non si può modificare il final cut.
Come sempre grandiosi Tucci e Turturro, con il ruolo (in)grato di rappresentare gli sceneggiatori e gli agenti, ma il doppiaggio è veramente vergognoso.
Divertimento (sopratutto) per cinefili e per amanti dei meccanismi Hollywoodiani. Levinson non è Altman, ma nemmeno gli interessa. Preferisce volare più basso, ma non vola male.
venerdì 17 aprile 2009
Stretta di mano
La mano di lui prendeva la sua. Una stretta forte. Lei la sentiva così. Non era una stretta violenta, era quasi tenera, protettiva.
Lei conosceva ogni dettaglio di quella mano che stringeva la sua. Quante volte l’aveva baciata, accarezzata toccata e quante volte quella mano aveva sfiorato il suo corpo, facendola rabbrividire sorpresa o eccitata.
Lui la guardava mentre le teneva la mano. Osservava la mano di lei che stringeva forte la sua. Riusciva a sentire il suo profumo, quello della crema che lei si metteva ogni mattina dopo la doccia, mentre lui si faceva la barba. Era quella mano che, inerme giaceva a volte stanca ai piedi del letto. Lui si alzava, non riuscendo a dormire, si sedeva sulla poltrona di fronte al letto, accanto alla finestra e osservava quella mano illuminata dai lampioni della strada, quella mano esile, ma sorprendentemente forte allo stesso tempo. Quella forza che si sprigionava anche adesso, adesso che lui le teneva la mano.
Osservò il suo volto. Lei lo guardava o tentava di farlo. Non aveva uno sguardo amorevole, questo è certo. Ma, date le circostanze, lui lo capiva benissimo.
Osservò i suoi piedi, le sue gambe, lisce, morbide, che si muovevano sempre con grazia, anche in questo momento che fluttuavano nell’aria.
Tornò a guardarle la mano, esitò un momento, poi, lasciò la presa. Con dolcezza. I suoi occhi erano fissi sul ricordo di quella stretta di mano, mentre l’aria si riempiva dell’urlo di lei. Quasi non la vide precipitare di sotto.
mercoledì 15 aprile 2009
Amazon i libri gay e un glitch

La storia. Uno scrittore, Mark Probst, fa una ricerca e scopre che dal database di Amazon sono scomparsi i sales rank che riguardano libri a tematica omosessuale.
Insomma dalla visione pubblica, adatta anche ai bambini, sarebbero spariti libri dal contenuto "più adulto". Il che significava fare sparire però anche Orlando della Woolf, o Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall.
Decine di migliaia di titoli perdevano il loro ranking, scomparivano dai bestseller o non comparivano nemmeno nella ricerca.
Peccato che dalla visione pubblica non fossero scomparse né le paginone di Playboy, nè altre avventure erotiche eterosessuali, né la vita di Stephenie Meyer, da Twilight in poi.
Dietro la protesta montata immediatamente dal popolo di twitter e facebook, Amazon precisava meglio: scusate, si è trattato di un glitch, un disguido tecnico involontario.
Ah, ok, quindi non era la questione dei libri per adulti, era solo che qualcuno ha sbagliato a premere un tasto. Resta da chiarire, per i soliti dietrologi ovviamente, come mai un errore così grossolano, come definito dall'azienda, sia accaduto SOLO per i libri a tematica Gay&Lesbian.
Ora pare che sia tornato tutto in ordine, anche se Amazon utilizza dei metadata, come fa notare Jane sul suo blog. Una riflessione che consiglio di leggere per capire come funzionano i metadata di Amazon e come questo rifletta le posizioni dell'azienda su certi temi...
Al di là di come siano andate le cose, dal punto di vista del marketing e della comunicazione, questa vicenda in cui Amazon comunque non ha fatto una bella figura, consente di ribadire tre insegnamenti:
1. se succede una cosa del genere, e sei nel giusto (cioè è stato davvero un errore) cerca almeno di concordare una spiegazione aziendale univoca, dalla subito senza aspettare e non cambiare versione strada facendo.
2. i grossi siti di vendita di libri on-line (ma non solo libri) con una mirata azione di catalogazione possono condizionare le scelte della clientela, mettere tutti i libri on-line ma fare "sparire" (rendere meno visibili) quelli scomodi, orientare e plasmare il gusto del lettore.
3. a te azienda non è più consentito di fare "le cosacce" senza essere beccata e costretta a tornare indietro precipitosamente.
martedì 14 aprile 2009
domenica 12 aprile 2009
Petunia risponde (2)
Riflessiva74, Vercelli.
Cara Riflessiva, quando il Porco di Stagione (*) è uscito dalla tua vita, c'è un po' di rimpianto. Non per la fine della storia in cui lui ti ha lasciata con un sms dall'italiano improbabile (cazzo, almeno in certe circostanze evita di usare il T9, chiedo troppo?), quanto per le cose che, te ne rendi conto ora che stai lasciando il suo appartamento in cui inopinatamente ti eri trasferita (senza vendere il tuo, che siamo ottimiste ma mica sceme), dicevo, per le cose che avete comprato insieme durante la convivenza.
Parlo del trita ortaggi o della macchina per fare il pane. Non lo facciamo per calcolo economico, perchè magari non riusciamo ad andare a New York per il weekend, ma un'altra macchina per il pane rientra nel nostro budget. Il fatto è che non potremmo mai avere quella macchina per il pane.
Ci si può affezionare a un trita ortaggi preso coi punti dell'Esselunga?
D'altra parte non possiamo nemmeno portarcela via, non perchè lui non se lo meriti, si merita questo e altro, lo stronzo, ma perchè quella macchina per il pane, la vogliamo e non la vogliamo, cioè la vorremmo perchè ci ricorda tante cose tenere fatte insieme, non la vogliamo perchè, dopo, ogni volta che la useremo, penseremo al PDS (porco di stagione, ndr) e ci incazzeremo, e il pane verrà uno schifo.
Mai mischiare i libri, mai mischiare i dvd. E quelli comprati durante il rapporto? Saranno facili da distinguere, lui scopava bene ma non è mai stata una persona sofisticata. L'unica cosa francese che gli piaceva era il bacio alla francese.
E ricorda, solo dopo avere caricato l'ultimo bagaglio sul taxi - mentre lui ti ha mandato l'ennesimo sms dicendoti di non dimenticare nulla se no poi è un casino e di lasciare le chiavi al portiere - gli graffi leggermente "Vergine incatenata nell'antro 2" per playstation 3.
Tua affezionatissima Petunia
(*) Copyright Guia Soncini.
Petunia è una collaboratrice di questo blog che ci verrà a trovare saltuariamente e di questo la ringraziamo.
sabato 11 aprile 2009
Particolari
Due creativi svedesi di Leo Burnett confezionano un efficacissimo commercial per Hyundai in cui segnalano le particolarità dei sedili ribaltabili. (Spot mai andato in onda...).
La Levi's invece ha confezionato tutta una campagna di spot per esaltare alcune caratteristiche precipue dei suoi jeans, indicando anche l'anno in cui furono adottate. Questo spot è del 1993 e ricordo che lo attendevo sempre con trepidazione, specie per il sorriso finale del ragazzo.
giovedì 9 aprile 2009
Il primo giorno d'inverno
[I Festival gay] dovrebbero aprirsi di più, anche all'omofobia. Perchè non dovrebbero programmare film omofobici?
Il cinema Mexico lo ha programmato per 3 sere, alle 22.00.

Il primo giorno d'inverno non è un film sull'omofobia e sul bullismo, è un film ANCHE sull'omofobia e sul bullismo.
A Locatelli interessa lavorare sopratutto sui codici linguistici degli adolescenti, sul linguaggio verbale e sopratutto su quello del corpo (il corpo, una vera ossessione per gli infradiciottenni).
Valerio è un adolescente introverso, chiuso, povero, gracile, fisicamente non attraente, senza una figura paterna di riferimento, incatenato alla provincia della bassa padana, che attraversa su un motorino scassato, libertà e necessità. Sogna un paio di scarpe di marca e uno scooter che non lo lasci in mezzo a una strada. Fuori dalla Norma(lità), percepito naturalmente come diverso da alcuni compagni (ehi frocio!).
Usare qui la parola "frocio" non significa necessariamente pensare che l'altro lo sia, di certo è attribuire al termine significato spregiativo. Sei diverso, sei malato, fai schifo.

"Frocio" diventa arma di ricatto, segno di vergogna da disegnare sui banchi o scrivere sui muri. Frocio come condanna.
La Norma(lità) stringe nella sua morsa omologatrice chi è diverso e l'unico modo che egli crede di avere per sopravvivere è usare gli stessi codici tribali dei suoi aguzzini. La vittima che diviene carnefice, spogliandosi della sua "diversità", scoprendo quella altrui e ricoprendo il ruolo assegnatoli dal gioco tribale. Ma il gioco chiaramente non funziona, si finisce, vinti, nel fango, a chiedere aiuto.
Un film emotivamente forte, che si nutre della ripetizione di piccoli, forti gesti quotidiani illividiti dalla bella fotografia di Ugo Carlevaro.
Il regista non prende scorciatoie visive, si nutre del non detto e sconvolge emotivamente lo spettatore con uno sguardo freddo come i silenzi della campagna cremonese.
Il film, importante e da difendere, sconta purtroppo una recitazione da dimenticare. Se si pensa agli attori adolescenti europei, ci si domanda come non sia possibile trovarne altrettanti in Italia.

Dice il severo Mazzarella del Corriere: L’insicurezza dell’adolescenza da un’angolazione che non dà sicurezze e riflette sulla sopraffazione come pratica normativa. Con toni d'acchito olmiani/dardenniani che sanno poi svincolarsi dai modelli. Una piccola, aspra sorpresa.
Aggiunge Sollazzo del Sole24Ore, Parla di bullismo il cineasta, lo innesta nella realtà adolescenziale - scuola e piscina - e la innaffia con un'omofobia definibile latente (soprattutto tra i ragazzi e in provincia) solo da chi rimane chiuso nelle proprie stanze e non vive il mondo reale.
Di seguito il video tratto da Bonsai.tv in cui il regista Locatelli parla delle ricerche per il film e della omofobia degli adolescenti.
giovedì 2 aprile 2009
Incatenati all'impossibile

Se ci fermassimo agli stereotipi della sceneggiatura (ma è una trappola che evitiamo) lui è il tipico (topos) ebreo (da Allen a Roth in giù o in sù) che stravede (prima di tutto eroticamente) per la donna bianca non ebrea, possibilmente bionda. Quasi una ossessione, chi ha letto Roth sa quanto può essere messa in ridicolo questa ossessione.

Ah, quanto somigliano gli ebrei agli italiani! [Non a caso la madre di lui è la Rossellini, somigliante in modo sempre più inquietante a sua madre].
Da un lato la trasgressione, dall'altro la tradizione. In mezzo l'uomo che sa che tutte e due le cose non le può avere in un'unica donna (la colpa è naturalmente, della Norma, famolo normale). Dall'altra parte la Paltrow è l'amante di un uomo che si trova specularmente a dare forza all'assunto egoistico poco fa enunciato.

Pensi che non conosca l'Amore?, grida Leonard dopo avere manifestato i suoi genuinamente infantili sentimenti a Michelle.
Io dovevo sposarmi! ribatte Leonard, come se conoscere le regole di funzionamento del sentimento voglia dire anche possederlo quel sentimento. Non basta sapere fotografare le persone per catturarne l'immagine.
Quello che segue è un amplesso adolescenziale tutto ormoni e desiderio e rapido e soddisfacente orgasmo rivelatore.
Seguito da un peep show alla finestra che equivale a un "dai fammela vedere in cam" scambiato tra adolescenti su MSN.
La straordinarietà della pellicola sta nel suo essere dimessa, non gridata, con una mdp che ama il campo/controcampo senza ostentazione (come è anche un campo e controcampo lo script) (*), e non ruota vorticosamente su e giù senza motivo. Panoramiche e carrelli dosati con perizia, nessun abuso di canzoni scopo "ficata!", un cinema che nel suo essere "nostalgico" anche in prese di posizione estetiche è una risposta a tanto cinema odierno, fin troppo enfatico e urlato. Una manna per i cinefili giovani e vecchi.

La Famiglia e la Tradizione, i Doveri e i Desideri, la via facile e quella complicata, sono gabbie dalle sbarre robuste, dalle quali si ha però molta paura ad uscire (**).
La Norma(lità), cacciata dalla finestra, rientra trionfante ridendo dalla porta e ha l'accennato sorriso del vincitore della madre di Leonard.
La cosa straordinaria di Gray è dirci con complessa semplicità la verità, dura da digerire però.
La felicità non è avere quello che si desidera ma desiderare quello che si ha.
(*) Sandra dice a Leonard che lo capisce e si prenderà cura di lui, Leonard ripete le stesse cose a Michelle. Leonard lascia la Famiglia per lei e l'amante di Michelle lascia la famiglia per lei. Ronald è la maturità, la sicurezza, Leonard è l'immaturità, l'insicurezza, una condizione sociale inferiore a quella da cui proviene Michelle. E una donna-bambina, come Michelle, che non ha la vocazione a reggersi da sola sulle sue gambe, come Sandra, sceglie.
(**) Leonard potrebbe, dopo il rifiuto di Michelle, andarsene via comunque, ma piuttosto che la solitudine di una vita senza compagna, sceglie il compromesso e si sceglie la solitudine dello stare in coppia.
mercoledì 1 aprile 2009
Crash
domenica 29 marzo 2009
Martin and John
Le dita di Martin, lunghe ma non affusolate, prendono la matita e con sicurezza disegnano mondi in cui ti perdevi.
Gli occhi di Martin, in cui onestà si specchiava lasciando fuori il mondo.
I capelli di Martin, che si tormentava quando stava pensando e in cui era dolce affondare le mani.

La bocca di Martin, sempre socchiusa quasi volesse fare fuggire anche le parole non dette.
Il culo di Martin, sodo e allo stesso tempo morbido, in cui affogare la faccia.
Le lacrime di Martin, acide stille da raccogliere con un bacio.
Il sorriso di Martin, ricordo oramai sepolto sotto fotografie mai più guardate.
Scopare Martin, i suoi gemiti gentili, il suo respiro regolare, il suo godimento da bimbo, il suo abbandonarsi dopo l'orgasmo, il suo sorriso grato, il suo bacio.
La cucina di Martin, etnica, vivace, piccante, saporita, abbondante, porzioni grandi quando si è felici.
La scrittura di Martin, minuta e precisa. Le sue parole sul foglio con il quale ha detto addio a John.
Il dolore di John. Fa freddo nella solitudine della foresta.
Questo è un omaggio a Martin & John di Dale Peck, Ed. Feltrinelli, fuori catalogo.
sabato 28 marzo 2009
venerdì 27 marzo 2009
giovedì 26 marzo 2009
Cinema e Bruce LaBruce (1)

I Festival gay dovrebbero concentrarsi più sul cinema e meno sulla questione gay.


Conclusioni

Il cinema normalizzatore (In & Out solo, Il matrimonio del mio migliore amico, per citare due esempi) ha codificato questo ingresso dei gay nel Sistema. Lo stesso hanno fatto le serie tv (Will&Grace o Ugly Betty).
In Italia ne abbiamo avuto diversi esempi. E tutti negativi (dal trans-vicina-di-casa che vince il reality show, al sissy autore di canzoni e innocuo personaggio da circo spalmato in vari spettacoli del sabato sera, al parrucchiere amico delle donne e senza vita sessuale).
Quelli che continuano a rimanere fuori sono i personaggi che fanno paura, che non rassicurano:
- da un lato i gay in giacca e cravatta, quelli che potrebbero essere il tuo vicino di casa (e ommioddio che schifo, ma ci pensi? non si vedeva per niente!);
- dall'altro gli omosessuali che rivendicano la loro sessualità, il loro scopare, usando gli stessi stilemi degli etero.
L'omosessuale asessuato non fa paura, quello che ti racconta come pompa, esattamente come l'etero ti racconta come chiava, spaventa ancora moltissimo.
Vedi le reazioni scomposte a un film straordinario come Shortbus, che se avesse avuto un'ottica straight sarebbe stato oggetto di approfondite analisi sul linguaggio.
In più - e qui siamo d'accordo con LaBruce - era un film "porno" per cui assolutamente da non mostrare o mostrare altrove, come se non ci fossero mille sfumature di porno e mille modi di declinarlo.
La conclusione però è lontana dagli auspici di LaBruce, che vorrebbe che il suo cinema raggiunga tutti, non solo il pubblico gay. Di fatto il suo cinema (parliamo di grandi numeri) interessa solo il pubblico gay. Anzi, considerando che la maggioranza del pubblico gay è "normalizzato", mi sa che non interessa nemmeno loro.
mercoledì 25 marzo 2009
The object of our affection
To friendship! Cheers.
domenica 22 marzo 2009
Menzogne

Evitandovi una noiosissima sinossi della prima e seconda stagione, qui si dirà solo che Damages è una serie fondata sulle menzogne e sulla mancaza di fiducia nell'altro. Tutti i personaggi mentono per gli scopi più diversi, tutti hanno qualcosa da nascondere, qualcosa (spesso di falso) da rivelare. L'aspetto più interessante è che per il pubblico non esiste un carattere cui appigliarsi, con cui potersi identificare, spiazzato dai continui cambi di prospettiva (chi ci pareva in fondo "buono" si rivela terribile, chi ci appariva "cattivo" lo è meno di quanto forse volessimo). Lo spiazzamento dello spettatore avviene anche a livello narrativo, con flashback e flashforward mai pretestuosi ma funzionali al clima di disorientamento con cui parte la serie (in questo la prima stagione si presenta molto più interessante della seconda) e che ne costituisce la cifra narrativa di maggiore interesse.

L'interesse di questa serie risiede nel fare del corpo l'oggetto della narrazione, nella esaltazione del dettaglio con una tecnica narrativa propria di tutte le serie "legal" e che dopo CSI non può essere più abbandonata.
Il rischio, paventato da molti, è quello della banalizzazione televisiva delle tecniche di comunicazione non verbale. A noi piace però la capacità degli americani di prendere un argomento "ostico" (numerosi sono gli esempi, da Six Feet Under a Dexter, al citato CSI) e farlo digerire in modo straordinario al pubblico. Qui sotto il promo.
venerdì 20 marzo 2009
Miyazaki, ma non per tutti

La prima: la fiducia incondizionata per i bambini, i loro pensieri, le loro azioni. (Tanto ne ha fiducia Miyazaki che fa un film a loro misura). Non parlate a un bimbo di 5 anni come fosse un deficiente, abbiate la decenza di spiegare il perchè delle vostre azioni (come fa la madre al piccolo Sosuke) e ascoltate i bambini quando parlano, senza usare quella fastidiosa condiscendenza che vi si dipinge sul ghigno.
La seconda: imparate dai bambini l'amore incondizionato per l'Altro, indipendentemente da chi o cosa sia (pesce, bambina, bambina-pesce, pesce-bambina). Io ti amo in quanto sei, non per cosa sei o come sei.
C'è una terza cosa che riguarda tutti: prendersi cura di qualcuno e rispettare una promessa. Non sono cose (solo) da bambini. Perchè sei un essere speciale e io avrò cura di te (Battiato, cit.).
I senza speranza come me hanno pianto per metà film.
Ponyo Ponyo Ponyo sakana no ko
Aoi umi kara yatte kita
Ponyo Ponyo Ponyo fukurannda
Manmaru onaka no onna no ko
Peta-peta pyon-pyon
Asitte iina kakechao
Migi-migi-bun-bun
Otetewa iina tunaijao
mercoledì 18 marzo 2009
Clint vecchio ma fico

Clint è "fico". Per ragioni inspiegabili, o forse spiegabilissime con quell'amore che i giovani hanno per il vintage scevro dell'epoca (e dei suoi valori) che si porta addosso, un po' come amare le serie tv degli anni '80 senza essere stati adolescenti negli stessi anni, quindi con quel distacco che permette di godere il prodotto senza che esso richiami un "vissuto".
Avete notato che sono ritornati cool i 33 giri anche per gente che è nata quando erano già scomparsi?
Clint è fico, ma non è il suo personaggio. Altro errore comunemente compiuto quando si guarda un film diretto e intepretato da Eastwood è di identificare il personaggio con l'interprete.

Che a Eastwood piaccia raccontare quel tipo di persone è un dato di fatto, ma che egli sia quel tipo di persone è una sesquipedale sciocchezza.
Altro grande fraintendimento che il cinema di/con Eastwood si porta appresso - definitivamente fugato da questa pellicola - è che i caratteri interpretati da Clint siano "eroi".
Sono invece degli sconfitti, e in questo senso a noi stanno molto simpatici, come ci era dolorosamente simpatico l'Ethan Edwards di Sentieri selvaggi. Mai lo avremmo chiamato eroe, mai ci saremmo identificati in lui.
Invece succede che di fronte a Eastwood, a Dirty Harry, si dica: "dai Clint fagli vedere chi sei, uccidili per noi" (come acutamente e coraggiosamente rimarcato da Violetta Bellocchio in quel covo di sudati e ruttanti maschi etero che è Rolling Stone) (*).

Kowalski è l'involuzione del conservatore americano che non ricorda di essere lui stesso un immigrato. In questo è un po' patetico, e Eastwood si mette veramente in gioco per non lasciare dubbi in proposito (gli stereotipi a go-go, bandiera, portico, cane, le dita che fanno "pam!", siamo quasi alla parodia di archetipi fordiani).
Se l'America ha bisogno di padri, anche i padri hanno bisogno di figli, e di nipoti. E se i nipoti non sono sotto mano perchè totalmente schiavi di mode e modi di vita lontani dai propri, ecco che si cerca tra i "nuovi americani" cui dare lezioni di melting pot (magari con uso di barbiere o di cantiere), spingere verso il lavoro manuale (notare la differenza tra padre e figlio Kowalski, uno costruiva le macchine, l'altro le vende...) che nobilita l'uomo, buttare il giovane allievo tra le braccia della femmina, perhè un uomo ha bisogno di una donna (Thao era gay ma adesso sta con lei), avere vicino un giovane cui trasmettere quel poco di buono che si ha dentro, non ultimo il rispetto per la legge e la giustizia, anche a costo di un sacrificio, di una sorta di martirizzazione, anche a costo di un finale prevedibile.
E se questi valori non possono passare da un bianco a un altro bianco, perchè non ci sono più uomini veri (che si sa, non lavano i piatti e non coltivano fiori perchè sono lavori da donna o da frocio), allora che passino a un muso giallo strappato agli indiani con il quale il protagonista ha molto in comune (**).
Dirty Harry e il suo mito sono stati seppelliti dietro una certa dose di ironia e con un sacrificio finale che spazza via ogni tentativo (altrui) di giustizialismo e giustificazionismo.

Kowalski The Searcher ha riportato Thao/Debbie a casa, si è liberato degli indiani e può congedarsi.
Kowalski (Clint personaggio) sarà anche fico, ma il suo tempo è tramontato ed è ora di fare i conti con il proprio passato (cinematografico). Ora un orientale-americano poco virile guida una macchina americana d'epoca in terra americana. E Clint se ne fa una ragione. Fino alla prossima pellicola.
Lo script un po' "meccanico" (a+b+c=d) non rende piena giustizia alla messa in scena.
(*) L'Agenzia Ansa, anticipando l'uscita del film in Italia, titolava il 3 marzo "Gran Torino: Easwood giustiziere". Ecco cosa succede quando non si guardano con attenzione i film. Ritorna lo stesso fraintendimento che aveva ricevuto Revolutionary road, ma lì con la complicità del regista, mentre Eastwood mi pare qui abbastanza chiaro.
(**) Gli Hmong, popolazione che non può più vivere nei territori di origine - a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina - non sono molto differenti dai polacchi come Kowalski, che, qualche decennio prima erano arrivati in USA non potendo più vivere nei territori d'origine.
domenica 15 marzo 2009
Le cose migliori

Ora che Margot aveva abbandonato il piccolo appartamento in Rue Le Goff, Etienne sentiva scivolare di nuovo la sua scrittura verso la rabbia, la confusione.
No, le cose migliori si scrivono quando si sta bene, quando si è sereni. L'artista maledetto? Stronzate.
Il sole pallido di Parigi aveva già raggiunto il balcone dell'appartamento di Etienne. La casa in quella zona meravigliosa era dono di sua nonna, ci aveva vissuto fino a che non era morta e le stanze avevano conservato il suo odore, Etienne ne era contento.
Era il momento di uscire, a fare uno dei suoi soliti giri. Aveva trovato un posto al liceo Henri IV, accettato per la comodità di averlo vicino casa. Margot diceva che lui era pigro, ma Etienne ribatteva che era solo una questione di partenza: faticava solo ad accendersi, ma poi marciava veloce. Teneva anche un corso serale alla Sorbona, due volte alla settimana, in cui insegnava come non diventare scrittori, scoraggiando i suoi allievi, punendoli, forzandoli a capire se veramente volevano fare quella vita di merda o impiegarsi in banca e stare tranquilli. Lui consigliava sempre l'impiego in banca.

Scrivere è come essere innamorati, ripeteva. Quasi sempre non si è corrisposti, ma non puoi smettere di amare. Insomma, ragazzi, è un cazzo di inferno.
In quei momenti pensava intensamente a Margot, gli uomini con cui era stata nell'ultimo periodo della loro relazione, agli uomini con cui andrà dopo, quel piccolo insignificante studente che la faceva sentire di nuovo giovane, come se le rughe potessero essere cancellate da un cazzo di 25 anni.
Etienne aveva raggiunto boulevard Saint-Michel, si era fermato nella solita boulangerie aperta la domenica (meno buona di quella che frequentava durante la settimana) e camminava svelto, come suo solito, verso i Jardin du Luxembourg, dove ogni domenica faceva lunghe passeggiate e finiva a leggere seduto su una panchina. Solo due mesi prima lo faceva con Margot. Lui pensoso su un saggio, lei immersa in un romanzo, ogni stagione dell'anno un romanziere diverso. Questo è il periodo Coe, poi, no, Coe ha fatto il suo tempo vuoi mettere Palahniuk; poi Chuck veniva abbandonato per sempre in favore di Kureishi, poi anche il pakistano cedeva il posto a Borroughs, che sarebbe stato abbandonato per il prossimo.

Etienne avrebbe dovuto comprendere l'inquietudine di Margot e forse non l'avrebbe perduta.
Mentre evitava i turisti spostandosi verso la parte dei giardini di scarso interesse per gli stranieri, si sorprendeva di come lui, non parigino, avesse preso l'abitudine di quasi tutti gli abitanti della città di muoversi solo nel proprio quartiere.
Sedette su una panchina mentre il sole di quella mattina cercava di raggiungerlo con i deboli e luminosi raggi con cui bagna Parigi a primavera, illudendo che sia cambiata la stagione, mentre è ancora inverno.
La panchina era fredda, ma è così che piaceva a Etienne. Aprì il suo libro, era un saggio. Si intitolava "Le cose migliori le scrivi quando sei felice".
sabato 14 marzo 2009
I Love You Philip Morris
intuizione e viscere
Abbiamo intuizioni sullo sport, gli amici, il dentifricio da acquistare e altre cose magari pericolose; ci innamoriamo; siamo convinti che il Dow Jones salirà. (...) Sono decenni che i libri sulle decisioni razionali e le aziende predicano "fa' un'analisi prima di agire". Sta' attento, sii riflessivo, ponderato, analitico: Ma questo modello non descrive il modo di ragionare degli individui reali, compresi gli autori di quei libri. (...).
Nel pensiero occidentale l'intuizione è partita come la forma più certa di conoscenaa ed è finita nel disprezzo, derisa come guida capricciosa e inattendibile.
Una volta si credeva che gli angeli e gli esseri spirituali avessero intuizioni di chiarezza impeccabile, superiori al raziocinio umano, e secondo i filosofi era l'intuizione a farci "vedere" le verità autoevidenti della matematica e della morale; oggi l'intuizione è sempre più legata alle nostre viscere anzichè al nostro cervello, dalla certezza degli angeli è scesa al semplice sentimento. In realtà le sensazioni viscerali non sono né impeccabili né stupide: sfruttano capacità acquisite dal nostro cervello attraverso l'evoluzione e sono basate su "regole del pollice" che ci permettono di agire rapidamente e con stupefacente precisione.
La qualità dell'intuizione sta nell'intelligenza dell'inconscio, nella capacità di sapere senza pensarci a quale regola affidarsi in una data situazione. Le sensazioni viscerali possono battere i ragionamenti e le strategie di calcolo più raffinati, ma possono anche essere sfruttate e portarci fuori strada. Tuttavia non c'è modo per fare a meno dell'intuizione, senza di essa combineremo ben poco.
Gerd Gigerenzer, "Decisioni intuitive", Raffaello Cortina Editore
mercoledì 11 marzo 2009
i misteri del 187
La disturbo per conto del povero Mevio, che se fosse dipeso da me mai avrei scomodato voi, Illustrissimo.
Mevio mi ha rappresentato la seguente situazione.
Egli mi ha raccontato che nel luglio dello scorso anno lasciava la Telecom, la nota compagnia telefonica di cui Voi siete meritatamente a capo, per altro operatore.
Le procedure del cambio di operatore andarono benissimo; in sole tre settimane, sebbene stiamo parlando della lontana Mediolanum, il cambio dell'operatore fu fatto.
A casa di Mevio, con sollecitudine arrivò anche l'ultima bolletta Telecom. In essa la società correttamente rimborsava metà del canone bimestrale, avendo Mevio chiuso il suo contratto anticipatamente.
Ora, siccome il mio povero Mevio non solo non riceve molte telefonate, ma nemmeno ne fa tante, si è ritrovato con un credito di 13 euro.
Sì, illustrissimo, la sua società gli doveva 13 euro, come da bolletta che vi allego.
Passano 3 mesi e i sesterzi non si vedono. La pecunia langue.
Il povero Mevio allora che fa? Utilizza il suo telefono e chiama il 187.
Il 187, un cortese disco metallico parlante, esordisce con due opzioni:
- SEI un nostro cliente (e digita il numero dell'abbonamento)
- NON SEI un nostro cliente.
Mevio sceglie la seconda opzione ovviamente, non essendo più cliente.
La cortese voce metallica però non fa altro che proporre a Mevio offerte commerciali.
Mevio vorrebbe parlare con una persona del reparto fatture, ma proprio non è possibile se non sei un cliente. Per gli ex clienti, nulla.
Se poi una cortese fanciulla del reparto commerciale cerca di metterti in collegamento con qualcuno delle fatture, cade la linea! Nemmeno fossimo a teatro!

Una situazione kafkiana ante litteram, ne converrete, o Illustrissimo.
Dopo mille peripezie e un piccolo trucco - mi perdonerà o Illustre - Mevio riesce a parlare con una signorina del reparto fatture. Finalmente!
La signorina conferma il credito e Mevio è felicissimo e chiede come come mai la somma non sia ancora stata accreditata sul conto corrente bancario dove venivano addebitate tutte le bollette.
La signorina risponde che Telecom rimborsa con assegno circolare.
Numi dell'Olimpo direbbe il mio collega Lisia!
Illustre Bernabè, è possibile che al giorno d'oggi, con l'uomo che solca i mari e arriva fino in Africa, supera le Gallie e si spinge fino in Britannia, la Telecom rimborsi i clienti con assegno circolare?
Il povero Mevio, inutile dire, attende ancora dopo mesi il suo assegno, non per la pecunia, quanto per il principio. Sono sicuro che capirà, o Illustre.
Si avvicinano le idi di Marzo, ci saranno festeggiamenti abbondanti promessi dall'Edile Metello che vuole comprarsi l'elezione a Console. Mevio spera di aggiungere a quei festeggiamenti anche quelli per l'assegno ricevuto.
Tanto le dovevo.
Suo devoto
Ortensio Ortalo - Retor
anno MMDCCLXII ab urbe condita













