mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri

Auguri di buone feste da tutti noi della Redazione.

Souffle, Petunia Risponde e Speziato Mercadante.

regali di Natale

Una serie tv

Lie to me. Perche ci piacciono i procedurali, perchè Tim Roth è meraviglioso, e perchè mentire è la base del narrare.

Un libro

Zia Mame (Auntie Mame). (Ri)Pubblicato finalmente da Adelphi con una sgargiante copertina rosa, il romanzo di Patrick Dennis è un capolavoro di ironia e divertimento, colto e brillante senza essere pedante. In abbinamento con il film con Rosalind Russell, recentemente uscito con la stessa copertina del romanzo.

Un film

Non un film, ma un documentario. You Must Remember This, la storia di 85 anni della Warner Brothers, forse lo studio più trasgressivo di Hollywood, raccontato da Clint Eastwood. Meraviglia per cinefili. Oltre 4 ore di gioia per gli occhi.

Il vino

Un Cannonau della tenuta Soletta. Fremito per il palato.

Il piatto

Risotto allo zafferano con uvetta e rosmarino. Una ricetta di Souffle per bocche avide di novità.

La canzone

Quella che vi ricorda quanto sia bello amare.

La frase

Accogliere quello che ci accade con semplicità.


lunedì 14 dicembre 2009

a gennaio

Pomodorometro oltre l'80 per cento.


domenica 13 dicembre 2009

dieci inverni per (non) dirsi ti amo

Piace vedere ogni tanto un film italiano NON ambientato a Roma. Dove non si sentono accenti romani e non ci vede il cupolone sullo sfondo.
Il Veneto poi riserva suggestioni, specie invernali, straordinarie. Il film migliore di Mazzacurati, Notte italiana (suo esordio) restituiva un paesaggio che si faceva romanzo cinematografico.
Il cinema italiano più autentico deve ragionare sulla sua specificità territoriale, odorare di terra e di acqua salmastra e paludosa come quella lagunare di Dieci inverni dell'esordiente Valerio Mieli, che parte come finalista al Premio Solinas e scrive insieme a Lantieri e Aguillar uno script lontanissimo dagli stereotipati testi che solitamente vediamo impaginati dai nostri registi, anche quelli più famosi.
Camilla e Silvestro si incontrano molto giovani a Venezia e si piacciono, ma non riescono a dirselo. Per dieci anni. Che li porteranno ad allontanarsi e incontrarsi di nuovo, fotogrammi in mezzo al cinema delle loro vite (mai veramente) vissute, in location lontane (lei finisce in Russia, lui sconsideratamente la raggiunge senza preavviso).
L'inverno gela le parole che non si riescono a dire. E che mai si diranno, anche se finiranno avvolti dall'amore di un amplesso quando finalmente saranno maturi viverlo.
Decifrare i sentimenti che si provano per l'altro non è facile. Capirli e manifestarli, ancora meno. La cosa più difficile però è capire quando è il momento giusto per viverli. E sapere attendere.
Mieli racconta in modo non banale, anche se cede a volte a inquadrature scontate (la gru che riprende il campo con i due ragazzi che non si incontrano per caso, ennesimo segno del destino), ma non per questo meno funzionali al racconto.
Il film vince, anche sui suoi difetti, con la spontaneità dei due interpreti, Isabella Ragonese e Michele Riondino, mai eccessivi, mai gigioneggianti, cui vengono messe in mano battute di cui non vergognarsi.
La regia è corretta e non insegue virtuosismi cinefili, la fotografia del veterano Marco Onorato (che ha illuminato anche L'imbalsamatore e Gomorra) asseconda il mood dei protagonisti, la musica non è un gruppo di canzonette da scaricare sull'i-pod, ma è una partitura per film cui si aggiungono alcune canzoni tradizionali russe e un paio di pezzi di Vinicio Capossela assai piacevoli.

Off topic, fa piacere rivedere Venezia, città vissuta dal titolare di questo avatar diverse volte, in diversi anni della sua vita. E sempre con persone piacevoli e amabili. E spesso in autunno. Venezia in autunno (o in inverno) ha un fascino piacevolmente malinconico. Come la vita, che non ti permette mai di essere completamente felice. Sono sicuro che Camilla e Silvestro sono d'accordo con me.

sabato 12 dicembre 2009

Acido solforico

Amélie Nothomb è una scrittrice emotiva. Ed è questo il suo bello, a volte il suo limite. Riesce a fare di indignazione romanzo.
La sua novella Acido solforico (Acide sulfurique) uscita in Francia nel 2005 parla di reality show, in un momento in cui quella forma di spettacolo televisivo aveva raggiunto il suo culmine di consenso delirante.

La Nothomb immagina un reality chiamato "Concentramento" che riproduce esattamente le dinamiche di un campo di prigionia nazista, con i condannati a morte (vera) nominati dal pubblico a casa.
La lettura di questa novella che scivola spesso nel pamphlet gratuito (contro la televisione, contro il pubblico rimbecillito, contro l'ignoranza), mi ha lasciato in parte deluso.
La scrittrice francese, specie nella prima parte, non ha fiducia nel lettore e si premura di avvisarlo del degrado del mondo televisivo, della fame di disgrazie, del godimento per la sofferenza altrui, della voglia delle persona di partecipare come kapò per diventare famosi.
Quando il racconto dimentica di essere una invettiva politica cattedratica e torna ad essere letteratura, abbiamo invece pagine meravigliose, in modo particolare gli scambi dialettici tra una prigioniera e una kapò innamorata di lei.
Quando la Nothomb smette di dare voce a se stessa e fa parlare i personaggi, il romanzo si impenna.
Spiace quindi che la prima parte sia impregnata di una indignazione che sarebbe stato meglio salisse naturalmente dalle pagine, anzichè venire provocata dall'autore.

venerdì 11 dicembre 2009

brothers

Due belle ragioni per vedere Brothers. Tobey Maguire che ha perso l'innocenza (e il mento vibrante) e Jake Gyllenhaal che non la ha mai avuta.













Identificazione

Una delle cose che il pubblico ripete spesso all'uscita dal cinema è "mi sono identificato" o "non mi sono identificato". Mi sono riconosciuto troppo! Non mi sono riconosciuto per nulla.
Da cui la declinazione del concetto di noia applicata alla pellicola.
Il problema della identificazione del pubblico con l'eroe del film è tenuto bene in mente da chi mette in piedi una produzione. Se ad un film manca un eroe (o un antagonista) in cui identificarsi, il pubblico tende a rifiutare la pellicola (non mi è piaciuto, era una cagata).
In fase di scrittura di un film questa è una cosa che si tiene sempre presente o lo si dovrebbe fare.
"Nessuno pagherebbe 10 dollari per vedere due che vivono nell'inquinamento chimico. Se li vedono già sotto casa" dice l'agente Sidney Pollack al suo attore Dustin Hoffman.

E questo scoperchia anche altri problemi. Prendiamo un film come "500 giorni insieme". Proviamo ad immaginare che al posto dei due bianchi protagonisti venissero scritti due personaggi neri (con tutto il mood che ne consegue). Oppure due ebrei (altro mondo inesplorato, complicato e complesso nelle dinamiche, come insegna l'ultimo lavoro dei Coen). Oppure due maschi o ancora due femmine (vere lesbiche...).
In quel caso siamo sicuri sarebbe stata assai più difficile la "identificazione", specie per il pubblico maschile, essendo quello femminile più recettivo.
Pensiamo alla scena in cui i due fanno l'amore per la prima volta e immaginiamo che siano due maschi, uno più deciso e l'altro più sensibile e romantico. E quello sensibile poi esca fuori in strada tutto felice.
Insomma la scena identica solo che nel letto è rimasto l'altro maschio.
Ci sarebbe stata uguale identificazione del pubblico? Credo di no. Però in fondo si tratta dell'amore e di come ci si sente dopo avere fatto l'amore con la persona che si ama.
Lo stesso Brockback Mountain che condivide con questo film l'essere finto indipendente e in realtà con robuste spalle mainstream nella realizzazione e concezione, ha provocato poca immedesimazione nel pubblico maschile. Più pronto a "capire" i protagonisti quello femminile.
Questi due esempi banali e scontati (ce ne sono altri) per sottolineare come non è così vero per il pubblico del cinema che le tipologie di personaggi sono indifferenti (si parla di amore, per cui mi identifico sempre, qualunque siano i protagonisti di questo sentimento).
Possiamo dire invece che uno spettatore gay può tranquillamente identificari ed empatizzare con una storia etero, e che il contrario risulta assai difficile.
E se il film è una pellicola "media", a parità di medietà si sarà più indulgenti con la storia con la quale ci siamo identificati che con quella per la quale la nostra identificazione non c'era.
A parità di valore cinematografico delle pellicole, prevale quella in cui ci siamo ritrovati.
Lo spettatore etero spesso, cerca di ricondurre a parametri a lui vicini quella storia, come ha fatto Roger Ebert recensendo I love you Philip Morris. Il che è comprensibile ma non necessario.
Anche nel caso dei Coen c'è stato il tentativo di dire "il film parla della religione in generale", perchè si aveva difficoltà a lasciare la pellicola nel suo brodo ebraico, l'unico in cui poteva cuocere con un senso. Perchè nel modo di pensare ebreo, nel modo ebreo di affrontare la vita molti trovano difficile identificarsi.
Si finisce con la domanda principale: quando scriviamo di un film, siamo influenzati dalla circostanza che ci siamo identificati o non identificati con l'eroe (o l'antagonista)?
Lo scarso entusiasmo per la pellicola è dovuto anche al nostro mancato coinvolgimento in essa (non conosco le canzoni della colonna sonora, il protagonista è lontanissimo da me, le citazioni cinefile sono del cinema di mio nonno e non di quello che vedo io)?
Non lo so. Come direbbe un rabbino. Che aggiungerebbe: è meglio vedere solo i film in cui mi identifico o anche quelli che raccontano cose lontanissime da me? La seconda che ho detto.

domenica 6 dicembre 2009

Drammaticamente comici Coen

Arrivò l'Imponderabile e venne ad abitare in mezzo a noi.
Per quanto tu possa organizzare matematicamente la tua vita, accade sempre qualcosa di imprevedibile che la fa volare per aria.
E quando sembra che le cose si mettano a posto (anche dal punto di vista dello script, la catarsi dello spettatore sembra raggiunta e pare che il regista ti abbia accompagnato felice all'uscita) quei malandrini dei Coen ricordano agli ebrei, che già lo sanno e ai goym (che non lo vogliono sapere) che il mistero di Ashem è sempre in agguato, e vorticosamente spazza via di nuovo tutto.
Il nuovo straordinario film ebraico dei fratelli Coen è un invito ad accettare il mistero. E i paradossi che si porta dietro e la convinzione che non tutte le domande (persino le più banali) possono trovare una risposta.
Come sono arrivati quel mucchio di soldi in una busta sul tavolo dell'integerrimo professore di fisica Larry Gopnik? Qual è il confine della sua proprietà? Perchè la moglie decide di lasciarlo? Perchè la figlia si lava continuamente i capelli? Perchè il figlio 13enne fuma erba e ascolta i Jefferson Airplane?
Perchè la sua vita va a rotoli se lui la aveva così bene difesa dalle intemperie del caso programmandone ogni istante?
Perchè Ashem (Il Nome, uno dei termini usati per indicare Dio) ci dà solo domande e non ci fornisce le risposte? Qual è la strada giusta? Pugnaliamo un uomo perchè siamo convinti vi sia un dybbuk dentro di lui, o commettiamo un omicidio perchè scientificamente riteniamo che i dybbuk non esistono?
Lo stesso povero shlemiel/Giobbe (*) Gopnik non accetta l'imponderabile, ma implicitamente lo accoglie dimostrandolo matematicamente (il paradosso del gatto e il principio di indeterminazione).
Abbandonata la freddezza invernale del drammatico umorismo di Fargo, la formidabile comica drammaticità dei Coen torna in Minnesota, questa volta negli anni '60 e in una stagione più calda, incastonata nella livida e geometrica fotografia di Roger Deakins (anche operatore alla macchina). Un taglio di inquadrature che ricorda a volte i fotogrammi spaesati di The Hudsucker Proxy (la scena nello studio legale con infarto).
Piacevolmente amaro come una barzelletta ebraica, il film frustra le aspettative del pubblico, lo lascia andare senza liberarlo, e si chiude con la consapevolezza che per quanto ci sbattiamo, per quanto le cose possano sistemarsi, per quando programmiamo la nostra esistenza, l'Imponderabile può arrivare e distruggere tutto. Perchè lo fa? Non lo so.
Come i rabbini consultati dal nostro Larry, anche i Coen non hanno (banali e accomodanti) risposte né, fortunatamente, le vogliono dare (**). Ci lasciano con mille domande e solo due affermazioni: accettare quello che ci succede con semplicità e... non lo so! Sapere di non sapere è già un grande segno di saggezza. "Il rabbino è occupato. Sta pensando".
Accettare il mistero. E leggere tutti i titoli di coda, fino alla fine. Troverete, poco prima di lasciare la sala una magnifica frase come "No jews were harmed in the making of this movie". In questa frase c'è tutto lo spirito ebraico, che noi goym non capiremo mai fino in fondo ma è bello provarci.

È bello scoprire che il prossimo progetto dei Coen sarà l'adattamento del favoloso "Il sindacato dei poliziotti yiddish" di Michael Chabon.


(*) Il nostro professore è semplicemente un uomo che ha confidato troppo nel fatto che se ti comporti bene avrai il giusto compenso.
(**) Tra le pieghe di un film assai denso e complesso c'è anche un'altra cosa che passa lateralmente. Quando il rabbino Marshak racconta a Gopnik la storia del dentista ebreo che vede incisa sui denti del paziente goy una scritta di aiuto in ebraico, perchè gliela racconta, tra l'altro senza nemmeno dargli la soddisfazione del finale? Una sequenza che è la straordinaria spiega del film.

sabato 5 dicembre 2009

un quaderno di carta gialla

Quella domenica mattina Samuel Pratchett, contabile alla Scramble & Scramble, mentre sedeva in cucina davanti a una tazza di cereali Mighty Pop, fece una cosa che faceva una volta l'anno.
Aprì un quaderno dalla copertina nera e dalle pagine gialle e iniziò a fare i conti del bilancio di fine anno.
Una tradizione di metà dicembre cui Pratchett teneva più del Natale.
I cereali erano spariti dalla ciotola azzurra e i conti erano chiusi. Aveva risparmiato 1.427 dollari. Niente male, sorrise soddisfatto. Lavò accuratamente la tazza, la asciugò e la ripose nel pensile sopra il lavello.
Sua sorella avrebbe chiamato nel tardo pomeriggio per confermare l'invito al pranzo di Natale.
Samuel Pratchett vedeva sua sorella tre volte l'anno. In primavera la accompagnava al cimitero ebraico nello Stato vicino, per pregare in un qualche modo che lui aveva dimenticato, davanti alla tomba della madre (erano ebrei per metà). La prima domenica d'estate passava a prendere suo nipote Max per passare una intera giornata con lui al parco di divertimenti fuori città.
Samuel Pratchett aveva difficoltà nei rapporti interpersonali. Nel suo mondo senza sorprese fatto di numeri allineati perfettamente su colonne, le parole - così complicate, così ambigue, così dolorose - faticavano a trovare posto. Nel corso degli anni le aveva pian piano accompagnate fuori dalla porta. E la aveva chiusa.
In vent'anni di lavoro alla Scramble & Scramble aveva parlato probabilmente con tre colleghi. Non conosceva nessuno e nessuno conosceva lui, a parte Ralph, l'uomo che puliva gli uffici quando il suo reparto, alle 17.30, li svuotava. Samuel spesso restava oltre l'orario, non avendo a casa nessuno da cui tornare. Ralph era simpatico a Samuel, forse perchè la sua conversazione era rassicurante. "Buonasera Mr Prachett, anche stasera fa tardi, eh?" "Spero che le diano qualcosa in più, se lo merita". "Si ricordi di spegnere la luce quando va via". "Arrivederci Mr Pratchett".
Chissà se era per questo che gli piaceva suo nipote Max. Quando lo portava al parco di divertimenti scambiavano poche parole. Più che altro ridevano o urlavano sulle montagne russe o mangiavano avidamente lo zucchero filato rosa o azzurro che Samuel comprava a Max. Samuel adorava suo nipote, riversando addosso a quel bambino tutto l'affetto che era incapace di provare per gli altri. Quando la sera, esausto, lo riportava a casa, sua sorella chiedeva al figlio se si era divertito. Lui sbatteva velocemente "una cifra!" e correva in camera sua, lanciando nell'aria "ciao zio Sam". Samuel Pratchett rifiutava di restare a cena e correva a casa facendo scorrere negli occhi più volte il film di tutta la giornata. Il film più bello che avesse mai visto.

venerdì 4 dicembre 2009

500 giorni insieme

Ci sono due cose che in un film indie-pop fanno felice il grande pubblico. Una è quando uno degli amici nerd del protagonista (ricordiamolo, devono essere sempre peggiori di lui, anche se il compare ciccio stavolta ci viene risparmiato), dice al nostro architetto Tom, il nostro eroe, che si sta comportando da finocchio.
La seconda freccia all'arco dello sceneggiatore di un film che sposa il punto di vista "maschile" è quel pizzico di lesbismo che non guasta: sia come nuovo modello di famiglia americana da piantare sui biglietti di auguri che il protagonista scrive al posto di fare l'architetto, sia quando la ragazza di cui l'eroe si innamora vanta una esperienza lesbica.
Lo specchietto per le allodole è fare passare lui (il bellissimo Joseph Gordon Levitt) per romantico perso, e lei (la falsa magra Zooey Deschanel) per cinica e bara (ehi, ragioni come un maschio! le dice l'amico nerd del nostro Tom, con questo consolidando e riaffermando i ruoli).
Le cose non sta(ra)nno così naturalmente. In entrambi i sensi.
Nel caso di lei poi ci sarà una sterzata a u matrimoniale tra le braccia della "istituzione" da cui fingeva di fuggire.

5oo giorni insieme di Marc Webb è un altro tassello della nuova commedia sentimentale (finto) indipendente e (molto) tradizionale, con colonna sonora da ascoltare con le cuffiette.
Prendi un ragazzo e una ragazza, lui caruccio nerd (definitivamente sdoganati la cravatta sottile e il maglione senza maniche dei padri) e lei, donna forte del nuovo millennio, quella che sembra ribaltare i ruoli costituiti (ma quando si fanno le "prove" al negozio di mobili a cucinare è lei ed è sempre lei che si sposa e sfoggia l'anello di fidanzamento, come sua madre e sua nonna prima di lei).
Forse quello che più disturba è fingere di ribaltare la frittata per nascondere la tradizione. E non dire nulla di nuovo, nemmeno come sguardo, sulla più vecchia storia del mondo (ragazzo incontra ragazza)
Il dato comune delle commedie romantiche indipendenti che è capitato di vedere è la botta tradizionalista che appare immancabilmente (qui, il giretto all'Ikea da coppietta di periferia, il film porno visto come trasgressione, o il sesso sotto la doccia come straordinaria esibizione amatoria fuori dalle regole). Davvero tutti i giovani sotto i 30 fanno sesso solo in posizione orizzontale?
Questo nuovo tassello nel puzzle della commedia "adolescenziale" basata su esperienze vissute dagli sceneggiatori (come in Adventureland) non aggiunge nulla di particolarmente interessante ad un panorama oramai affollato, ed è condita da una bella dose di ruffianeria cui la colonna sonora contribuisce non poco (e buttarci dentro il cinema francese nonchè sfacciate citazioni di capolavori del cinema da manualetto è decisamente troppo).
Si rimpiangono le storie d'amore più adulte come Les Chansons d'amour (i cui protagonisti erano coetanei dei nostri americani) o Eternal Sunshine, finora il film più interessante sul rimpianto e le (non) scelte.
In quelle oasi felici di cinema non si sentiva il bisogno di comprimari nerd sfigatissimi, di frasi sulle lesbiche e di sentire apostrofare il protagonista come finocchio solo perchè indossa metaforici occhiali rosa con cui vede la vita.
Rimane l'indubbia capacità di questo tipo di cinema costruito efficacemente per piacere al suo pubblico di riferimento - con tutte le scene al posto giusto pronte per essere scaricate sull'i-pod - di intercettare quella precarietà - di obiettivi della vita e di sentimenti - di una generazione. Una generazione che sogna il divanetto a fiori, il dvd del sabato sera, la pizza d'asporto, la gitarella all'Ikea e, come massima trasgressione una tantum un po' di sesso "strano" sotto la doccia.

Due foto su tre non appartengono al film, come avrete intuito. Peccato.

giovedì 3 dicembre 2009

Nine

Hype!!!


mercoledì 2 dicembre 2009

progetti Burroughs

Augusten Burroughs ha avuto fortuna come scrittore. Dopo una infanzia terribile, una adolescenza orrenda e l'approdo alla vita adulta passando attraverso psicofarmaci e alcol, è riuscito a incanalare positivamente il suo malessere in libri straordinari. Ne abbiamo già parlato.
La fortuna di Burroughs prosegue in video (e per chi lo desidera, in rete, con un sito piuttosto fico).
Dopo che il cinema indipendente ha usato la sua novel più famosa, Correndo con le forbici in mano, giunge notizia che altri due lavori di Burroughs sono divenuti dei progetti televisivi.
Nel primo Augusten si è messo con Ashton. No, non nel senso che state pensando. Burroughs e Kutcher si sono associati per sviluppare per Showtime una storia tratta dal romanzo Dry.
The Advocate, lanciando la notizia, esagera, naturalmente: "One of the hottest faces in Hollywood is pairing up with one of the hottest gay writers to develop a series of projects for television".
Mistero su una apparizione di Ashton come attore.
Dry ebbe credo già una trasposizione cinematografica ma probabilmente si è persa nella memoria e di sicuro Burroughs non vi ha messo mano.
L'altro progetto che coinvolge un libro di Augusten riguarda il suo esordio, mai uscito in Italia. Lo spassoso Sellevision, ambientato nel favoloso mondo delle televendite, che in USA, molto più che da noi sono una ossessione.
Qui si tratta di sviluppare una serie e la NBC ha chiamato due Bryan, Fuller (Pushing Daisies) alla sceneggiatura e Singer alla regia.
Non si sa quanto del libro rimarrà sullo schermo - gli aspetti satirici sul mondo delle televendite pare saranno depotenziati - ma è una bella sfida per un canale generalista.
Ed ora, l'inizio di Sellevision.

"You exposed your penis on national television, Max. What am I supposed to do?"
"I didn't expose it, Howard, it just sort of peeked out".
"It 'peeked out' during the Toys for Tots segment in front of twenty million viewers, many of whom, not surprisingly, children".
...
Howard leaned forward and said quietly, "Jesus fucking Christ, Maxwell. This isn't the Playboy channel, it's Sellevision".
Max ran his fingers through his air, a nervous habit. "Look, I was wearing a bathrobe, it was Slumber Sunday Sundown. We were all wearing bathrobes".

sabato 28 novembre 2009

L'anniversario della disconnection

E' passato quasi un anno e le ricorrenze vanno festeggiate.
Il 12 ottobre 2008 chiudeva il blog Kotionkin, The Age of disconnection. Iniziò le pubblicazioni a giugno 2008, fece una pausa estiva e non si riprese più. Breve e intenso, come molti piaceri.
Nella presentazione virata come FAQ del blog, Kotionkin dichiarava di essere un gruppo, di non essere composto da cinebloggers e di volere recensire i cinebloggers.
Anche se dichiarava di essere un gruppo "misto" dalla scrittura dei post, dal linguaggio usato si comprendeva come Kotionkin fosse frutto di una o più menti maschili, giovani ed eterosessuali: poteva, in poche parole, essere cioè frutto di qualsiasi cineblogger, o forse della patologia di un cineblogger. Un lucido troll che premeva il bottone dell'autodistruzione.
Dalla presentazione inoltre emergeva la volontà di parlare dei cineblogger a partire dal loro linguaggio, prendendo in giro certi stilemi dei blog di cinema, un particolare modo di fare (finta) comunità che si riconosce per tratti somatici comuni e una lingua condivisa, fatta di entusiasmi giovanili (hype! fico!) e sincera noia per tutto il cinema di papà (non suona così nuovo, eh?).

Il successo fu immediato, il narcisismo dei cineblogger li spinse a monitorare kotionkin, a leggerlo avidamente per vedere se erano stati presi di mira, a commentarlo. Un gioco che i cineblogger trovarono divertente all'inizio, come tutte le novità. Poi, con il cambio di stagione e l'arrivo di nuovi prodotti, e nuove copertine e nuove interviste, l'interesse scemò rapidamente. Se c'è una cosa di piacevole che hanno i giovani è che si stufano abbastanza presto.

Kotionkin aveva alcune cose notevoli: le brevissime (che invidia) e spesso condivisibili recensioni di film, lontane spesso dai giudizi generali, le interviste agli stessi cineblogger, dalle quali usciva il lato nascosto dell'avatar, una sincerità un po' infantile (tranne nel caso del Conte Nebbia che invece fece un gioco più adulto e più sottile) sconfinante nell'ingenuità.
Alcuni dei blogger intervistati lamentarono in seguito di essere stati presi in giro, di "esserci cascati".

Il blog Kotionkin, nei suoi intenti iniziali, era nato per prendere in giro il linguaggio cinebloggers, ma non tanto per menare fendenti per il gusto della "lotta", quanto piuttosto per riflettere sulla autoreferenzialità del linguaggio, sulla "esclusione" dell'altro operata dal linguaggio stesso (non conosci certi acronimi, non capisci certi riferimenti, per cui non sei dei nostri) tipica delle comunità chiuse (non solo quella cinefila).
Nel suo prendersi gioco delle apoditticità della cineblogosfera, Kotionkin ne segnalava i limiti e la crisi. In questo senso, The age of disconnection era un sottotitolo che dichiarava palesemente gli intenti.
Purtroppo per Kotionkin, queste posizioni alla fine decretarono il fallimento del blog. Vediamo perchè.
La prima ragione è che un blog sui cineblogger interessa solo i cineblogger, quindi se loro non commentano e non leggono, non ha senso comunicativo scriverlo.
La seconda è che Kotionkin non tenne conto che i cineblogger si prendono molto sul serio, sono delle primedonne (come mi disse SaraTheHutt quando ci conoscemmo la prima volta) e prenderli in giro avrebbe avuto effetti collaterali.
Se i cineblogger non amano discutere dei film, litigano furiosamente, formano gruppetti di ascolto (noi leggiamo questi e non leggiamo quegli altri, io commento Tizio ma non lascio commenti da Caio, ecc.) Kotionkin era destinato ad avere vita breve, come pronosticato da d_elle che mise in palio un film scommettendo sulla breve durata del blog. Come sempre aveva visto più lontano di tutti.

Kotionkin era capace anche di irridere una certa estetica del lutto scrivendo, nella sezione Yes We Can "Quanto sono triste per la morte di quello scrittore che non ho mai letto" (sono gli slogan del momento. I cineblogger hanno un microgergo involuto fatto di aggettivi, sostantivi, ma soprattutto intere frasi (spesso inglesi) e veri e propri slogan a ripetizione).

Kotionkin stava svolgendo una operazione sul linguaggio di straordinario interesse, ma purtroppo è morto per le stesse ragioni per cui muore un blog, mancanza di contatti, disinteresse del pubblico. L'interesse dei cinebloggers stava scemando e con lui l'interesse di Kotionkin a proseguire. Nessuno scrive per se stesso. Almeno su Internet.

L'operazione linguistica di Kotionkin richiedeva dedizione e applicazione, ma non c'era una vera volontà del gruppo di Kotionkin di seguire questa strada.
Kotionkin così, commise un errore: allontanandosi dalle sue originarie intenzioni, cominciò a scrivere della vita privata di alcuni blogger, scoperchiando l'avatar, facendo uscire l'uomo dietro il nick. Cosa assolutamente fuori tema.
Oltre ad andare contro le intenzioni dichiarate del blog, Kotionkin diede segno di pigrizia intellettuale, e volgarità. Sparare il gossip per poca voglia di sforzarsi nel perseguire gli scopi iniziali. Crogiolarsi nel gossip perchè scrivere le cose serie era troppo faticoso e non dava risultati.
Fu l'inizio della fine.

La decadenza linguistica arriva quando dalla critica del linguaggio e della community, passi all'attacco personale. Kotionkin morì di pigrizia intellettuale. Si rese conto che ragionare seriamente sulla cineblogosfera in un modo e mondo in cui si scrive di cinema sopratutto per divertirsi non aveva molto senso, in un luogo (internet) in cui lo spazio per la riflessione è ridotto al minimo e il pubblico è quello di twitter, l'attenzione dura 20 secondi.

Il tentativo di kotionkin però rimane. Avere mostrato la crisi e il fallimento dei cineblog come momento di aggregazione, avere ricordato che la vita reale e virtuale sono fatte di gruppetti esclusivi (ci furono e ci sono nelle riviste di cinema, non si vede perchè non possano esistere nella blogosfera), sottili antipatie, celato disprezzo, avere segnalato la fine del blog come strumento di comunicazione (molti blogger della prima ora sono passati al tumblr che domani abbandoneranno per qualcosa di ancora meno dialogante in cui ognuno parla da solo e per sè e, sopratutto, nessuno ascolta).

Avere infine ricordato che oltre al linguaggio comune, la cineblogosfera è legata a una tipologia di film comuni (nella diversità di opinioni, è un fatto che si scelgono sempre certi tipi di film, in cui sesso, età e orientamento sessuale sono le discriminanti, anche se i blogger tendono solitamente a negare).

Avere segnalato l'assenza di uno sguardo femminile sul cinema, speculare a quello maschile come intenti, stilemi e posizioni. A scrivere di cinema sono quasi solo donne con le palle, cioè mostri (nell'accezione latina, esseri meravigliosi, ibridi, wannabe masculo ma non ho il pisello).
L'assenza di uno sguardo autenticamente femminile è una delle lacune più evidenti nella cineblogosfera.

Kotionkin perì della stessa morte dei blog. Prima di spirare segnalò la futura dipartita della connection. Le siamo grati.

lunedì 23 novembre 2009

Lydia

Lydia, the tattooed lady, nelle due versioni che mi piacciono. Una è quella di Groucho, in At the circus, l'altra quella di Kermit.




domenica 22 novembre 2009

especially for you

Radio onde storte vi augura la buonanotte con l'ultima canzone che il nostro ascoltatore insonne Souffle dedica a Mr Sandman con tutto il suo amore. Buonanotte e... state attenti là fuori.

sabato 21 novembre 2009

transouting

Per i giornalisti purtroppo non c'è nulla da fare, alle lezioni erano assenti e non c'è modo che imparino.
Ma per tutti gli altri forse si può ancora fare qualcosa.

Allora. IL trans è una donna che è diventata uomo. LA trans è un uomo che è diventata donna.
Mi pare talmente semplice che quando si scrive non si dovrebbe fare così fatica. Specie se lo si fa per professione.

Differenze tra outing e coming out.

Outing è quando qualcuno, contro la tua volontà, divulga notizie riguardanti le tue preferenze sessuali, a vari scopi, generalmente per recarti danno.

Coming out si ha quanto tu volontariamente, decidi di rendere partecipi gli altri (che gli piaccia o meno) delle tue preferenze sessuali.

Anche qui non mi pare ci siano difficoltà nel comprendere le differenze.

I termini sono stati e vengono adoperati anche per fare riferimento ad altri "segreti" non necessariamente connessi alle preferenze sessuali.


Solo che spesso senti dire: "ieri in azienda ho fatto outing, ho ammesso di tifare Milan". "Sai, stasera a cena con amici, ho fatto outing, ho detto che mi piacciono solo le rosse naturali".

Se lo ammetti TU, allora hai fatto coming out, no?.

Forse si dice "ho fatto outing" perchè è più corto di "ho fatto coming out"? Probabilmente sì.

La brevità è tutto, si sa. Veloci, brevi, sciatti e approssimativi. Non superare i caratteri di twitter.

adattamenti (1)

You have not experienced Shakespeare
until you have read him in the original Klingon
Star Trek VI, The Undiscovered Country

L'adattamento cinematografico di un romanzo è sempre problematico, come è questione ricca di insidie fare la "critica" di un film che è il risultato di un adattamento di un romanzo.

Un primo tranello in cui cadono critici navigati e giovani cinefili si può riassumere nella frase "non è fedele!".

Un primo tradimento è necessariamente "dovuto" e lo si deve alla diversità dei medium che entrano in gioco (libro e film - per il cinema, per la televisione o altre piattaforme).
Il cinema risponde a regole di scrittura diverse da quelle di un romanzo, come tutti sanno, per cui inevitabilmente il romanzo viene maciullato dalle esigenze cinematografiche, che oltre tutto variano a seconda che il film sia una megaproduzione hollywoodiana da 200 milioni di dollari oppure un film a basso budget.
Un conto è adattare L'ultimo uomo sulla terra di Matheson con Will Smith, un altro è farlo con Charlton Heston.

C'è un altro tradimento che rimproverano i difensori della fedeltà. Quello di non avere colto lo "spirito del romanzo".
Qui la trappola in cui si cade è più sottile.
Se partiamo dal presupposto che ogni libro viene scritto anche dai lettori, ci troviamo di fronte al più bel paradosso della letteratura. Ogni romanzo vive dopo la fine della sua scrittura in migliaia o milioni di altre menti che ne hanno elaborato una loro versione peculiare. Per cui ci sono migliaia o milioni di romanzi diversi.
Qual è allora lo spirito del romanzo? C'è uno spirito del romanzo valido per tutti?

Questa obiezione riacquista però un senso se l'analisi critica del film si preoccupa non tanto di dire perchè il regista (e con lui lo sceneggiatore) non hanno colto quello che secondo il critico il romanzo diceva, ma se spiegano o cercano di comunicare ai lettori qual è stata la lettura del romanzo che quel regista ha voluto dare.
Una lettura che magari non sarà stata quella del critico, ma onestamente della lettura del critico poco ce ne importa. Preferiremmo che il critico ci dicesse cosa del romanzo il regista ha scelto di mettere in evidenza e per quale motivo ha trascurato di evidenziare altro.

Anzichè scrivere lamentandosi che il romanzo è più bello del film, cercare di segnalare ai lettori quali aspetti del romanzo il regista ha voluto cogliere, quali letture ha dato.

Chiudo questa prima riflessione notando che la lamentela romanzo vs film riguarda solo alcuni romanzi. Tutti gli adattamenti sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri.

Non ricordo gridi cinefili di sdegno per come Kubrick ha ridotto Burroughs o Nabokov o Clarke.
Nè Wilder ricevette lettere minacciose dai fan di Agatha Christie per avere tratto da un suo romanzo il magnifico Testimone d'accusa.

Nè ad Hitchcock è stato mai rimproverato di avere fatto a brandelli ogni romanzo che gli serviva per fare il suo cinema.
E non mi risulta che gli estimatori di Chandler l'abbiano giurata a Hawks per come aveva tradito Il grande sonno.
Uno come Hawks, poi, che ha tratto un film magnifico da un romanzo impossibile di Hemingway come To have and have not.

Certo, poi ci sono gli autori.

Capote se l'è presa perchè la Hepburn come Holly di Colazione da Tiffany proprio no. Lui voleva Marilyn, e questo ci dimostra come gli scrittori non dovrebbero lasciare il casting ai professionisti.
Che a volte sbagliano. In effetti Raquel Welch (femmina a tutto tondo) come il transessuale Myra Breckinridge ha fatto arrabbiare Vidal, ma il film risulta una divertente baracconata e il romanzo resta comunque uno dei pezzi di letteratura più spettacolari di ogni tempo.

Che si lamentino gli autori è anche normale (King era un campione del piagnisteo, ma sospetto che fosse solo perchè aveva ambizioni da regista, poi soddisfatte).
Che si lamenti il critico è poco interessante. Che si lamenti il cinefilo/bibliofilo è sorprendente.

Assai discutibile questionare sul fatto che un regista abbia o meno (secondo noi) capito un romanzo, ma è assai interessante invece cercare di capire perchè quel romanzo egli lo ha inteso in quel modo e perchè gli interessava fare luce su alcuni aspetti e trascurarne altri. (*)

Adattare è tradire? No. Tradurre nemmeno, nonostante radici linguistiche comuni.
Ma questo è un altro capitolo. (- continua).


(*) Analoghe situazioni le troviamo nella lettura che molti danno di un film a dimostrazione che ognuno coglie in un'opera quello che l'opera dice al suo animo. Lasciami entrare aveva una evidente chiave pansessuale che quasi nessuno ha tenuto a mettere in evidenza, preferendo navigare in acque critiche più sicure.

giovedì 19 novembre 2009

c'era una volta la satira

Sembrano passati decenni, e in effetti sono passati decenni. Quando la RAI faceva (anni 1991-1993) trasmissioni come Avanzi (scritta da un gruppo di donne intelligenti e spiritose che già avevano animato "la tv delle ragazze") e si vedevano lezioni di satira e allo stesso tempo lezioni di televisione come queste. Da consegnare agli studenti di linguaggi televisivi della Cattolica.

Il caso Moby Prince
o come si pronuncia
i marinai che ardono
aspettando una lancia
(...)
Le scelte sono tante
ognuno fa le sue
il mostro di Milwakee
e il mostro di Raidue.


domenica 8 novembre 2009

Danimarca: comprate il detersivo Omo

A volte il genio è nascosto tra le pieghe di uno spot pubblicitario. A volte vedi uno spot e non puoi credere che lo abbiano fatto.
A volte si va oltre (Lige over graensen, Appena oltre il confine, come ammicca la tag line).
In questo spot della catena danese di supermercati Fleggaard, si invitano le casalighe (o casalingue?) cui è diretto il commercial, a comprare il detersivo Omo (no, non è uno scherzo) con l'aiuto di una serie di manzi da copertina di Playgirl che però ricoprono figure "erotiche" che sono anche molto vicine all'immaginario gay (il pompiere, il pilota, il marinaio, il lavoratore di cantiere, il bagnino). In più abbiamo un Bryan Adams dei poveri che suona il piano sulla spiaggia.
Occhio alla conclusione, quando il dirigibile si infila tra le montagne che paiono due cosce femminili aperte e pronte...
Appena oltre il trash c'è il sublime.


sabato 7 novembre 2009

Cortocircuiti mediatici

In un articolo del 1992, Beniamino Placido, critico televisivo de La Repubblica (*), recensisce la prima puntata del Tg4, in cui Emilio Fede inizia a costruire - in modo assolutamente inedito per il giornalismo italiano - il suo racconto popolare delle notizie per il target anziano e poco scolarizzato della rete, avviando quello che sarà un successo clamoroso (anche per altri motivi) tra gli intellettuali, prima apertamente ostili, poi simpaticamente complici di un modo particolare di fare informazione.
A Fede, Placido rimprovera un eccesso di zelo nei confronti del suo padrone, non ancora entrato in politica. Placido non immaginava quali dimostrazioni d'amore Fede avrebbe dato in seguito.
Sopratutto non troppo zelo si raccomandava nel 1992 Placido.
La cosa non piacque a Emilio Fede, che rispose all'articolo di Placido durante una edizione del suo telegiornale, occupando così lo spazio destinato a una notizia (e forse, dati i minuti, anche a due notizie) con un attacco al critico.
Dal punto di vista mediatico ci interessa questo cortocircuito informativo. Tu mi attacchi su un medium (con un tipo di target e un tipo di diffusione) e io ti rispondo su un altro medium (con altro target e altra diffusione e penetrazione).
Cuiroso poi che Aldo Grasso, nella sua rubrica radiofonica A video spento - che seguivo su Radiodue ogni mattina - criticò l'attacco di Emilio Fede, e sulla base delle considerazioni che abbiamo detto (uso di due medium diversi, sproporzione tra la penetrazione di un giornale e la penetrazione della televisione). E lo fece però utilizzando un altro medium, la radio. Il cortocircuito continuava.
A me interessa però molto di più la questione target. E' assai probabile che il pubblico del Tg4 ignorasse l'esistenza de La Repubblica, o comunque non lo tenesse come quotidiano di riferimento e potesse vivere tranquillamente ignorando Beniamino Placido come critico. La critica di Placido non avrebbe spostato un telespettatore. Emilio Fede, decidendo di rispondere in diretta ad un giornale che lo aveva attaccato, dà a questo medium una visibilità inaspettata, portando il suo target (quello del Tg4) a incuriosirsi per quel giornale diretto ad altro target.
In questo senso si può parlare di uso privato del mezzo televisivo: a Emilio Fede ha dato fastidio che Placido, le cui doti di critico e la cui influenza era nota e che Fede probabilmente teneva in grande coniderazione, lo avesse punzecchiato sull'ossequio eccessivo verso il suo padrone.
Fede soffriva nel non piacere anche agli intellettuali (**), cioè nel non essere preso sul serio come conduttore di tg anche da quel pubblico che però non era contemplato da Publitalia come target di riferimento del suo telegiornale. Il fatto che poi il Tg4 sia divenuto oggetto di visione da parte di un pubblico trasversale (che, in parte lo guarda per farsi due risate) e addirittura abbia ottenuto visibilità presso un'altra tipologia di pubblico, grazie ai siparietti fuori onda di Striscia la notizia (canale 5), non servono a cambiare di molto l'istogramma a torta del target di pubblico che i ragazzi di Publitalia presentano agli inserzionisti quando devono piazzare gli spot.
Un esempio recente di cortocircuito mediatico lo si è avuto con il "caso Brunetta". L'onnipresente ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, acquisita una popolarità immensa con gli slogan "anti-fannulloni" tradottisi in leggi contro l'assenteismo e la malattia facile nelle pubbliche amministrazioni, di recente si è visto contestare i dati raggiunti (e pubblicati sul sito del suo ministero) dal settimanale L'Espresso.
Il ministro non ci ha pensato due volte. Anzichè rispondere "su carta", magari facendosi ospitare dallo stesso settimanale, usa la home page del sito istituzionale del ministero che si apre con il titolo "La bufala dell'Espresso" in cui il ministro spiega perchè l'inchiesta de L'Espresso che contesta i suoi dati non sia scientificamente corretta.
A questo il ministro aggiunge una conferenza stampa in cui, di fronte a un pubblico benevolo e plaudente, passa 15 minuti a ricordare come L'Espresso sia in cattive acque, sia un giornale che non vende e di come lui, il ministro, sia contento di potere aiutare i giornalisti del settimanale a non perdere il posto, viste le vendite che (presumibilmente) farà il giornale.
Lo spazio dedicato alla risposta alle accuse del giornale è limitato in favore della, decisamente più interessante e divertente (dal punto di vista televisivo) "questione personale" del ministro con il settimanale del gruppo La Repubblica che più volte lo ha preso di mira.
Qui entra in gioco un po' un certo narcisismo del ministro (grazie a me si vendono copie) unito alla cattiveria verso il settimanale (stanno affondando, stanno licenziando), associate però - grazie al ministro - alla conferma che il cortocircuito mediatico (rispondo via Internet e via conferenza stampa riportata dalle tv, a un attacco su carta) porta un target escluso dal riferimento di quel medium a interessarsi e conoscere quel nuovo mezzo.
A noi non interessa in questa sede sapere chi ha ragione o torto, ovviamente. Ci interessa analizzare questa distorsione mediatica.
Quanti elettori di Brunetta avranno comprato L'Espresso dopo la sua conferenza stampa? E quanti nuovi lettori avrà acquistato il settimanale, dopo che Brunetta gli ha dato nuova linfa e vivacità inaspettate?
Anche qui, come nel caso di Fede, si tratta della famigerata autoreferenzialità del mondo dei media che si parlano addosso, si parlano tra di loro, dando l'impressione al loro pubblico di tenere maggiormente in considerazione l'opinione degli "addetti ai lavori" piuttosto che quella del target di riferimento, che, nell'ottica editoriale commerciale, è l'unica cosa che dovrebbe interessargli.
Non facevano bene i democristiani a non rispondere mai agli attacchi? A lasciare sfogare gli avversari e sfinirli per stanchezza, parafrasando un vecchio detto, meglio comandare che apparire? Forse non più.

(*) Secondo Gianfranco Funari, una delle tre persone che "capisce de televisione". Gli altri due erano il medesimo Funari e Carlo Freccero.
(**) La questione ora appare risolta, dopo che Fede si è guadagnato attenzione come "grande comico" supporter del premier, una simpatia che lo mette anche al riparo da tutti i rilievi che l'Ordine dei giornalisti dovesse mai fargli.

lunedì 2 novembre 2009

parola di Clint

Se hai una buona sceneggiatura hai il 50%, se hai un buon cast hai un 40% e ti rimane un 10% per rovinare tutto.

Clint Eastwood

domenica 1 novembre 2009

poetessa folle

Accarezzami, amore
ma come il sole

che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all'alba
se io sarò tra le tue braccia.


*****

Corpo, ludibrio grigio

con le tue scarlatte voglie,
fino a quando mi imprigionerai?
anima circonflessa,
circonfusa e incapace,
anima circoncisa,
che fai distesa nel corpo?

Addio Alda, passeggiando sui Navigli, dove a volte ti incrociavo, mi sentirò più solo.

Alda Merini, potessa. Milano, 1931-2009.

consigli agli aspiranti scrittori

Pat Walsh è un editor e ha una piccola casa editrice. Cercando di non farsi allontanare dal titolo poco accattivante stile manualetto americano, è piacevole avventurarsi in questa raccolta di consigli che un professionista dona agli aspiranti scrittori, che sappiamo numerosissimi, cercando in tutti i modi di frustrarne le ambizioni. La parola a Walsh.

La ragione principale per cui il vostro libro, una volta che avrete finito di scriverlo, non sarà pubblicato è che non è abbastanza bello... forse fa addirittura un po' schifo.

Dovete essere duri con voi stessi. Eccovi tre verità nude e crude da cui potreste partire: solo perchè avete scritto qualcosa, non significa che sia speciale. Solo perchè avete scelto con cura le parole, non vuol dire che siano pregnanti. Solo perchè vi piacciono i personaggi che avete creato, non significa che piaceranno a qualcun altro.

Non credete ai complimenti di chi vi conosce. Le sole opinioni cui dovrete dare retta sono quelle che provengono da persone cui non frega assolutamente nulla di voi.

Le case editrici si differenziano per filosofia, politiche e priorità, ma, stringi stringi, vogliono una sola cosa: vendere libri. Tutte mirano a questo, dalla più nazional-popolare a quella più di nicchia.

Tantissime persone si mettono a scrivere libri, pur sapendo che non venderanno e s'illudono pure che vengano pubblicati.
Noi non facciamo contratti in base ai nostri capricci. Se acquistiamo i diritti per un libro è perchè crediamo che possa avere un pubblico... magari non enorme, ma almeno abbastanza nutrito per coprire le spese di pubblicazione e dare un minimo profitto.

Walsh non si permette retorica, è rude, brusco, si diverte (e fa divertire il lettore, sempre che il lettore non si anche un aspirante scrittore...), e parla di un mondo (l'editoria USA naturalmente - ma il libro è curato in modo che si possa contestualizzarlo nella nostra realtà editoriale) che conosce assai bene. Non è poco.

Dopo tante mazzate al povero aspirante scrittore, ci sono anche i 14 motivi per cui egli potrebbe essere pubblicato. Uno mi appare fondamentale: divertirsi, al di là della pubblicazione. E non prendere mai nulla troppo sul serio. Ovviamente, anche un libro come questo.

Pat Walsh, 78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai publiacato & 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo, Tea, 9 euro.

sabato 31 ottobre 2009

quando l'avvocato è gay

Ho una mia teoria sul perchè gli omosessuali adulti vengono rappresentati dalla fiction come professionisti o del mondo dell'editoria/moda o di quello esattamente opposto come atteggiamento, dei difensori della legge.
In entrambi i casi si tratta di offrire uno stereotipo rassicurante al pubblico mainstream, destinatario della maggior parte di questi show televisivi.
I gay o fanno professioni da finocchio, mestieri "femminili" (il mondo dell'editoria è uno di quelli a più alta concentrazione di donne) oppure esercitano una delle professioni socialmente più rispettate e sinonimo di successo, specie in America (e tra le più detestate/invidiate) nonchè tra le più "televisive" insieme a quella del poliziotto e del medico.
La risposta in entrambi i casi è: rassicurare.
Nel primo caso è "vedete, non sono come noi", alludendo a quel mondo pazzo e fuori dalla realtà che è quello pubblicità/moda/editoria/media. Nell'altro è: "vedete, nonostante siano diversi fanno un lavoro rispettabile e rispettato, per cui riesco a non pensare al fatto che potrebbero guardare il mio culo".

La televisione americana (ispirata da quella inglese) ha tentato, muovendosi tra le mangrovie del puritanesimo e della sessuofobia USA, strade diverse, ma di nicchia. Per 5 stagioni (3 di più del suo omologo britannico) è andato in onda su Showtime, Queer as folk, storia di un gruppo uomini omosessuali a Pittsburgh (che doveva apparire omologa della Manchester inglese dello show ispiratore) che rispetto alla serie inglese si è mostrata inaspettatamente molto più esplicita e diretta. Nessuna edulcorazione dei personaggi, anche sgradevoli, e una sessualità vissuta ed esibita esattamente come ci si aspetterebbe da una serie etero.
Il pubblico della serie, però, era chiaramente quello omosessuale o era costituito da donne eterosessuali. In Italia la serie ha vissuto percorsi accidentati ed è sparita nei bui corridoi dei palinsesti, dove non potesse disturbare nessuno.

Negli ultimi 10/15 anni, la figura dell'avvocato omosessuale ha unito due grossi elementi di appeal per il pubblico americano. Come si diceva, gli avvocati esercitano (insieme a medici e poliziotti) un fascino indiscutibile, forse proprio perchè detestati/invidiati nella vita reale. Gli omosessuali sono, dopo la visibilità sociale raggiunta negli ultimi anni, un oggetto di curiosità per un pubblico mainstream che non ha mai avuto a che fare nella vita con queste persone.
Nel 1985 Gary David Goldberg creò Sara, con Geena Davis, ambientata in uno studio legale, la prima serie americana (NBC) con un avvocato gay. Scontratasi con Dinasty, perse negli ascolti e fu cancellata dopo 13 episodi.
In Will & Grace (1998-2006) - discutibile esempio di inserimento di personaggi gay nel mondo mainstream - il protagonista è un avvocato gay che ogni tanto schecca, ma è perfettamente rassicurante, specie perchè non ha relazioni stabili e sopratutto ha una vita sessuale assente, non come quella che avrebbe un avvocato 30enne eterosessuale attraente come lui. Il suo amico Jack, il sissy dello show, è divertente e rappresenta l'omosessuale visibile, quello riconoscibile. Anche lui non ha una vita sessuale.
In Desperate Housewives (2004-) dalla quarta stagione è arrivata una coppia gay a popolare un quartiere ad alto tasso di traslochi. Per aiutare il pubblico mainstream della ABC uno dei due è chiaramente più effeminato (la "femmina" della coppia, tanto per rinsaldare un'altro stereotipo) l'altro è più virile ed è naturalmente un avvocato.

In Inconceivable (2005), serie tv cancellata dopo pochi episodi, il protagonista era un avvocato gay che lavorava per la "Family Options Fertility Clinic".

In Brothers & Sisters (2006-) sorta di drama con elementi soap, uno dei fratelli Walker è un avvocato gay che sta con uno chef.

Dovendo inserire un carattere gay in una serie tv - i motivi per cui lo si fa sono banalmente di target - si preferisce farlo "docilmente", creando un personaggio piacevole e non aggressivo, per mantenere il target eterosessuale di riferimento e aggiungere quello omosessuale.


Con le serie per teenager (vedi l'inglese Skins) si hanno meno problemi perchè si gioca sul pansessualismo degli adolescenti, che hanno meno resistenze nell'accettare la possibilità di "sperimentazioni sessuali".
E sono comunque diverse le serie americane che presentano personaggi bisessuali, probabilmente più facilmente accettabili dal target giovane di riferimento.
Diverso è il caso di serie come Queer as folk, dove invece il target di riferimento è quello omosessuale o delle donne eterosessuali e si può essere più espliciti e liberi (protagonisti stronzi e donnaioli, o ragazzini sfacciati, o impiegati di un supermercato dimessi e alla ricerca dell'amore).

A chi si lamenta che nella tv americana non viene dato spazio ad un'altra figura di omosessuale, magari più "negativa" o "operaia" si può rispondere che nel primo caso, serie come Queer as folk mettono in scena un protagonista equivalente del maschio etero donnaiolo, superficiale e stronzo. Nel secondo caso si può dire che nemmeno la classe operaia etero trova rappresentazioni televisive frequenti... Forse perchè gli operai televisivamente - specie nelle comedy series - non fanno molto ascolto.
Del resto se devi scegliere il protagonista di Lost, prendi un medico maschio alfa attraente. I leader dei gruppi raramente sono manovali ciccioni con l'acne e il capello unto.

In molti vorrebbero vedere alla tv personaggi come quelli di Ralph Konig - zozzi e volgari gay grassi e con barba di tre giorni che tornati dal cantiere, canottiera macchiata di sugo, che siedono sul divano a guardare la televisione sbaciucchiandosi. Ma la banalissima domanda dell'executive televisivo è: chi li vedrebbe?

Se ci fosse un target disposto ad accogliere una nuova tipologia di personaggio omosessuale lontano dallo stereotipo dell'omosessuale sempre pulito e col corpo curato, dolce e con tanto buon gusto, i produttori proporrebbero una nuova tipologia di serie televisiva.
Sono però dell'idea che il pubblico non sia ancora pronto. In modo particolare, il pubblico maschile eterosessuale probabilmente si spaventerebbe nel vedere rappresentati froci esattamente come loro, con le stesse abitudini, che non sanno cucinare, che adorano il calcio, che ruttano dopo un sorso di birra e si lasciano addosso la maglietta di tre giorni?

L'equazione rassicurante "non sono come noi" cadrebbe e subentrerebbe il timore di non potere identificare esattamente il carattere come altro da sè.
E forse la paura maggiore, a livello narrativo, sarebbe quella di rischiare di identificarsi con il personaggio gay, pur essendo etero.

Per cui, per il momento, spazio agli stereotipati avvocati gay (e a medici, poliziotti, pubblicitari) ricordando a mo' di battuta che l'avvocato più famoso della televisione americana era interpretato da un attore omosessuale.

sabato 24 ottobre 2009

Gilliam l'espansione del cinema

Il mondo non finirà mai finchè ci sarà qualcuno che racconterà una storia

The imaginarium of Doctor Parnassus (consentitemi il titolo originale) è l'ennesima dichiarazione d'amore di Terry Gilliam alla narrazione per immagini. La sua bibbia, il mantra recitato dai monaci in altissimi monasteri, la vera sfida contro il Diavolo è opporre il Credo nella potenza del cinema e delle sue armi, prima fra tutte la narrazione.
Un cinema che non si pone limiti di tempo nè di spazio, la macchina da presa sale vertiginosamente, spazi immensi si aprono ai suoi piedi, Gilliam recupera la libertà di Brazil e vola sganciandosi dalle corde delli script, prendendosi il rischio di frustrare le aspettative di chi vuole uscire dal cinema con le idee chiare.
Il regista non ha paura di usare il totale, ansioso di scoprirci alla meraviglia di tutto il disegno che ha tracciato, cinema formato A3, dolly e carrello all'indietro usati in modo esagerato ma mai fuori senso. La fantasia libra anche la macchina da presa, libera la scenografia, lsvincola gli attori dal convezionale rapporto con lo spazio nell'inquadratura.
La Narrazione ha mille e più anni come Parnassus e continuerà ad esistere - con tutti i mezzi che la tecnologia le offrirà - perchè l'esistenza senza fabula è squallida e vuota come un centro cittadino affogato dal cemento.

E l'uomo-regista coperto di stracci riacquista dignità e vita tornando a fare muovere i pupazzi-attori nel suo piccolo/grande teatro di marionette.
E lì, nella mente di Parnassus, dietro lo specchio si agita la propria idea di cinema, da difendere con qualche concessione al moderno, ma sempre a bordo di un carretto antico tirato da cavalli. I narratori sono artisti di strada, si parte sempre dalla storia raccontata davanti al fuoco a gente che non vuole ascoltarla.
Gilliam lotta ne La Mancha contro i mulini a vento, Munchausen solitario contro l'esercito del cinema senza storie, che oggi riceve entusiasmi esagerati.
The imaginarium of Doctor Parnassus è un film davvero molto complesso, da vedere più volte e, si spera, almeno una in originale, per godersi il lavoro sulle voci degli attori (*) che hanno sostituito il compianto Ledger, costretto dal "girato" a vivere al di qua dello specchio, nel mondo della realtà, dove si muore, mentre Johnny Depp (il migliore), Jude Law e Colin Farrell occupano quello della finzione dove l'unico limite a tutti i mondi (filmici) possibili, l'unico limite al Cinema e al suo espandersi, è l'immaginazione del suo autore.

(*) Per non parlare dell'immenso Christopher Plummer doppiato, senza sforzo di fantasia, dalla voce di Silente. Vergogna.

mercoledì 14 ottobre 2009

coraggioso Ozon

Ci vuole un bel coraggio. Chi segue da anni il peregrinare cinematografico di François Ozon nel momento in cui lo credeva prigioniero del suo stile sicuro, ne scopre la voglia di sfida che è prima di tutto linguistica in questo suo nuovo lungometraggio, Ricky.
Ozon, con la sempre straordinaria facilità nel controllo delle inquadrature (mai una immagine fuori misura, un pudore, un accostarsi sommesso alla materia filmica, un lasciare allo spettatore il controllo del significato abbandonandolo alla polivalenza dei significanti) scardina il tempo filmico, sbarella il genere e le aspettative dello spettatore.
Lontanissimo dal realismo politico di Loach, Ozon costruisce un sogno ad occhi aperti/chiusi come già spiega molto bene Manuel Billi. Non serve dire altro su questo punto.
C'è solo qualcosa in più che vorremmo aggiungere.
L'ingresso del monstrum (nella sua piena etimologia latina) come coacervo di paure e meraviglie di madri certo, ma anche di padri e di figlie, è collante per famiglie, strette in un abbraccio. (Soprav)vivere è una avventura che implica la difficile lezione di accettazione del meraviglioso/mostruoso che esplode dentro di noi (nella pancia) che si fa carne e sangue e che occorre liberare per tenercelo per sempre.
A questo si uniscono più elementari sottotesti di accettazione del diverso (Non ne parlare a scuola, intima la madre a Lisa. Perchè? Perchè Ricky è diverso. Pensi gli faranno del male? Sì), come il letterale "abbandono del nido materno"; ma c'è anche la necessità per chi - come Ricky - si sente diverso, di fuggire da un ambiente che non gli appartiene. La vera libertà è essere se stessi, volando via dai banalità pregiudizi e riflettori.
Un
film davvero troppo complesso per essere banalizzato dalle parole che possiamo scrivere.

Però a proposito di parole banali e svogliate, permettete che riporti quelle del critico del Giornale Salvatore Trapani, per mostrarvi come i pregiudizi, le paure e il disprezzo possano offuscare in modo significativo la visione di un film.

Vola basso Ricky di François Ozon, storia di un bimbo biondo e angelico (Arthur Peyret) destinato a librarsi in cielo, piuttosto che a una pubblicità di omogenizzati, con le sue ali da putto. Concepito nel bagno di una fabbrica, in un amplesso tra un'operaia (Alexandra Lamy) e un collega sconosciuto, Ricky, svolazza ovunque, e fa impazzire tutti. Il film evoca il solito mondo kitsch di Ozon, ora da un milieu dimesso piuttosto che leccato e incipriato. Ma è Ozon, appunto, icona gay, per un cinema dal simbolismo troppo presuntuoso, e, a una più approfondita analisi, sconclusionato.

lunedì 12 ottobre 2009

cinema spudorato

domenica 4 ottobre 2009

Quentin tiene in vita il (suo) cinema

Mentre Hitler in una anteprima parigina vede il nuovo grande film di propaganda realizzato da Goebbles (ma girato dall'amico Eli Roth con il gusto della divertita iterazione semantica) nel cinema che sarà la loro tomba, si volta verso il suo pupillo e gli dice: Joseph questo è il tuo capolavoro.
Brad Pitt, fenomenale interprete a capo dei Bastardi ebrei, mentre regala l'ultimo ricordino su pelle a un tedesco che lascia in vita, si dice che forse questo è il suo capolavoro.
C'è la consapevolezza simpaticamente sbruffona in Quentin Tarantino di avere realizzato con Inglorious Basterds il suo film migliore (fino al prossimo naturalmente). Ma lo dice con quella simpatica vanteria del timido nerd che fa le cose seriamente ma non si prende troppo sul serio.
Un film straordinario, densissimo, questo di Tarantino, che usa il Cinema di genere in modo consapevole e senza barare - la (ab)usatissima sequenza iniziale con il lenzuolo steso e i "cattivi" che arrivano da lontano, non a cavallo però, ma in sidecar - un western bellico in cui si mescolano una violenza "esagerata", ironia sfacciata, dilatazione del tempo e riflessioni profonde. Per dichiarazione di intenti, Enzo G. Castellari non è lontano (il suo cinema - Quel maledetto treno blindato ma anche, per certi versi, Keoma - sporca i fotogrammi e lui entra di diritto as himself, in una pellicola di perpetuazione della memoria). Ma anche Leone è vicino.
E anche Antonio Margheriti. Citazioni che sfuggono l'onanismo gratuito da nerd cinefilo (Tarantino non mette certe cose per fare vedere quanto ne sa di cinema, ma perchè gli piacciono quelle cose lì).
Nella storia sul Cinema che è (ri)scrivere la (stessa) Storia, recitandola, mettendola in scena necessariamente in un cinema, bruciando i fotogrammi del ricordo per farli semplicemente (ri)vivere altrove.
Nel divertito gioco (cinema come play) tarantiniano del rigiocare la partita filmica con le figurine della sua adolescenza ma con armi originali, le citazioni, l'amore per i film innanzitutto come oggetti, e un gusto feticistico per il dettaglio assai riconoscibile (il "gioco con le bambole" nella scena della vestizione di Shosanna, i dettagli del mascara, della matita sugli occhi, il rossetto rosso-esagerato come il vestito, la veletta nera, da vedova di guerra - il piede di Bridget Von Hammersmark che indossa la scarpa della colpevolezza), mi pare ci sia anche la consapevolezza di una perdita necessaria, le pellicole si corrompono e bruciano e i registi e gli attori necessariamente muoiono e passano. Il romanticismo di Tarantino è ostinarsi a farli continuare a vivere (*) perpetuandone gli stilemi (e magari dando semplicemente a uno dei protagonisti il loro nome), in una sorta di (ri)produzione di un genere, di conservazione di una specie, non rassegnandosi agli ibridi odierni.
Se Brad Pitt conferma un talento che molti si ostina(va)no a non riconoscere perchè bello e bravo proprio no, il vero trionfatore è l'austriaco Christoph Waltz che sembra uscito da una sceneggiatura più che dalla vita reale, e che parla 4 lingue (**) in un film da vedere necessariamente in originale.

(*) Evocati o presenti Margheriti, Garbo, Pabst, Danielle Darrieux, Emile Jannings, Chaplin, Cooper, King Kong, Rifensthal, Clouzot e chissà quanti altri.
(**) C'è un'altra lingua che voi americani sappiate parlare oltre all'inglese?

giovedì 1 ottobre 2009

dediche

In questo giorno speciale, facciamo uno strappo alla regola, e permettiamo a Souffle di dedicare questa canzone a Mr Sandman che tante canzoni gli ha fatto scoprire. Con gratitudine e amore per tutto quello che semplicemente è.

Tender is the night
Lying by your side
Tender is the touch
Of someone that you love too much



emmy 2009

Confesso: uno dei piaceri di cui mi vergogno un po' è la passione per due cerimonie di premiazione americane. La prima sono gli Oscar, l'altra è quella degli Emmy. Gli Emmy poi sono tanto gentili da avere così tante categorie che si premiano un po' tutti. C'è persino un premio per il Guest Actor, l'attore o l'attrice famoso che fa una comparsata in uno show non suo. Una volta Bette Midler vinse per avere cantato una canzone allo show di Johnny Carson.
Non solo: siccome non gli basta e sono anche consapevoli delle differenze, gli americani dividono i premi in riconoscimenti a programmi del daytime, e quelli del primetime. La prova del cuoco e Report insomma non partecipano alla stessa serata. Perchè i premi sono una cosa seria.
Quest'anno l'amato 30Rock aveva 22 nomination, l'adorato Mad Men 16. E il molto amato Damages ben 7. E c'erano cose curiose e straordinarie come, tipo, la cerimonia degli Oscar con 10 nomination.
E se 30Rock della NBC ha vinto come migliore serie comica, Mad Men ha vinto come migliore serie drammatica. E viene trasmesso da AMC, una tv via cavo di Rainbow Media molto colta, raccogliendo comunque un buon pubblico (l'ultima rilevazione del 27 settembre parla di 1.729.000 spettatori alla prima messa in onda).
E Damages, il legal thriller va su Fx il canale figo della Fox (pensato per un target maschile 18-49 anni), partito benissimo con oltre 3 milioni è calato vertiginosamente ma, a quanto pare ha un pubblico più vasto di quanto direbbero i numeri.
Ma non si guardano le premiazioni solo per sapere chi vince. Come disse una volta Karl Malden come presidente dell'Academy, la gente vuole anche vedere come sono vestiti i nominati e sentire quello che dicono. Ecco allora le immagini di Glenn Close che sostiene, esagerando (di poco), di avere avuto il ruolo migliore della sua carriera e di Toni Collette che vince per United States of Tara (del sempre figo Showtime).




venerdì 25 settembre 2009

Il condom assassino

Uscito in Italia nel 2000 per le edizioni Mare Nero e quasi introvabile Il condom assassino (Kondom des Grauens) è un libro che l'oramai noto fumettista tedesco Ralf Konig scrisse nel 1987.
Una sorta di parodia dei thriller americani con un trucidissimo ispettore, Mackeroni, alle prese con un preservativo omicida (meglio: penicida) dalle fauci inquietanti.
Konig usa il suo umorismo feroce, la sua scorrettezza linguistica e del tratto, al servizio di un attacco alla repressione sessuale (conseguenza del flagello dell'Aids) dell'ultima metà degli anni '80, giocando pericolosamente con una paura atavica dei maschi.
Come sempre nei libri di Konig i suoi personaggi, volgari e tamarri, tozzi e pelosi, mostrano anche un insospettato lato tenero che acuisce il contrasto. E qui Mackeroni, cinico ispettore in rotta con la vita e la sua città, inizierà forse una storia con un ragazzo di strada rimorchiato per scopare, ma che si innamora di lui.
Konig è riuscito a portare le sue storie di un mondo gay lontano dallo stereotipo fashion da rivista checcosa, ma anche dalla correttezza politica pelosa (che nasconde invece una fobia latente - ok vi tollero basta che non ostentate) fino al pubblico eterosessuale, forte di un uomorismo che non fa sconti alla verità, di una naturalezza della rappresentazione della sessualità (piselli al vento senza censure ma rappresentati con umoristica leggerezza) e della capacità di essere serio quando si tratta di sensibilizzare la comunità su certi temi. In Italia la sua fortuna crescente lo ha portato fino alle pagine di Linus, una rivista di fumetti intellettuale che lo ha definitivamente sdoganato nel nostro paese un po' sessuofobico.
La stessa saga ultradecennale dei suoi Konrad e Paul, coppia diversissima ma solidissima, è un manifesto di quel "vivere gay" (ed essere gay) che il pubblico ha imparato a capire, allontanandosi dalla stereotipizzazione dei media.
I
personaggi di Konig non sono diversi, ma differenti.

mercoledì 23 settembre 2009

Gli dei sono tornati

Risposta maschile al calendario Pirelli, è uscita alcuni giorni fa l'edizione 2010 del calendario dei giocatori di rugby francesi, Dieux Du Stade che quest'anno compie 10 anni.
Per festeggiare la ricorrenza la Federazione aveva pensato di ingaggiare Bruce Weber, massimo esponente della fotografia maschile.
Ma Bruce ha fatto la diva e ha preteso che i rugbysti lo raggiungessero a Miami dove ha il suo quartiere generale. La Federazione ha risposto picche e ha ingaggiato Tony Duran, certo non una seconda scelta.
Il calendario pare sia di 47 pagine e contiene anche due megaposter con tutti gli atleti che hanno posato per il calendario negli anni passati.
Presto arriverà anche dvd con il backstage (sotto una anticipazione), per completare il giochetto promozionale che oramai è entrato nella classica ripetitività, sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Come il calendario Pirelli.





lunedì 21 settembre 2009

ostinato Rivette

Che noia questi vecchi francesi! Mai che ci concedano una citazione da mandare a memoria, una scena fica, una canzone da mettere immediatamente nell'i-pod, una colonna sonora assordante e sopratutto, incessante.
Questo direi se fossi altri da me. Ma io sono io, purtroppo.

E come potrei mai spingervi a vedere l'ultimo film di Jacques Rivette, Questione di punti di vista (36 vues du Pic Saint-Loup) tacendovi che non contiene nulla di quello che ho elencato sopra?
Potrei dirvi che Jane Birkin è splendida e torna al circo di famiglia dopo anni in seguito alla morte del padre, che c'è Castellitto (bravissimo) che è un Angelo salvatore (e Motore Creativo e Demiurgo) anche se si chiama Vittorio. Che siamo nella Francia meridionale (che vista, signori, che vista!) ma potremmo essere a teatro.

Riflessione su arte e vita, realtà e rappresentazione, palcoscenico (o pista da circo) come unico luogo della Verità, unico posto in cui mettersi a nudo, affrontare le proprie paure e vincerle. A partire dalla prima: la paura proprio di entrare in scena (che colpisce sia Castellitto che la splendida Birkin).
Paure in palcoscenico, messa in moto della parte irrazionale del cervello.
Una volta dentro, dimenticarsi di recitare la parte, recitarne una nuova, migliorarla, cambiare la scena, il punto di vista, le entrate e le uscite (ri)mettere in gioco tutto, recitando per se stessi, non concedendo nulla al pubblico (del circo e della sala cinematografica), nemmeno di risolvere la (finta) detection messa in scena come pre-testo, gioco divertito e divertente giocato sempre contro le aspettative dello spettatore.
Cinema della riflessione e del silenzio, la tenace rinuncia a qualsiasi musica, a ogni intervento sonoro spinge a concentrarsi non tanto sulle parole, quanto sui volti, sui particolari, sulla scena, sul fiato, sulla prossemica, su tutte quelle cose cui di solito si presta poca attenzione, specie quando in un film "non dicono nulla, non parlano" e se non stanno parlando ci si può distrarre in vari modi.
Ostinatamente Rivette costringe a stare lì, in silenzio a riflettere confrontandoci con le immagini, con i panorami, le facce, gli oggetti, in definitiva con noi stessi.
Prendendosi gioco (siamo al circo in definitiva) con incredibile coerenza narrativa e lucidità di sguardo e solidità di messa in scena, sia dei meccanismi del cinema "commerciale", sia di quelli dell'autistico cinema d'autore.

L'arte, la vita e il cinema sono un continuo movimento circo-lare, vita come tournée, una ronde in cui parti per poi (ri)tornare, un luogo dove un autore ribadisce il proprio stile senza fare nessuna concessione alle mode, accoccolato in un circo fuori dal tempo e dai tempi.

sabato 19 settembre 2009

sublicomparativa

Pensiamo che i ragazzi del marketing di UBI Banca si siano limitati alle affissioni in filiale, che non siano arrivati a pianificare i manifesti anche sulla stampa o mediante affissioni sui cartelloni pubblicitari.
Però, anche così, che coraggio!
Di solito in Italia non si usa la pubblicità comparativa, rispetto all'uso massiccio che se ne fa all'estero. Agli italiani si è scoperto che non piace. E poi ci sono così tante regole formali da rispettare che la forza del messaggio si perde dietro le virgole e i codici. E le aziende e le agenzie rinunciano.
Di solito si preferisce "più bianco non si può", "nessuno è così", "oltre i normali yogurt", "la migliore della sua generazione", blande formule che non toccano nessuno e vanno bene a tutti.
Una deriva ulteriore della comparativa si ha quando parli di un tuo concorrente paragonando la rispettiva attività (del genere: io sono meglio di te) e in più in qualche misura lo denigri, in modo più o meno subliminale, non immediatamente percepibile se non dai consumatori più attenti.
UBI Banca con le affissioni in filiale fa una cosa di questo tipo, ma con modalità del tutto peculirari, ai danni di alcune banche che devono la loro fortuna e il loro successo anche a riuscite campagne di comunicazione commerciale.
La comparativa infatti richiede che il (o i) concorrente preso di mira o, più spesso, il suo prodotto, sia piuttosto noto presso il pubblico.
La singolarità però della comunicazione istituzionale di UBI Banca è che oggetto di comparazione non è la qualità dei servizi offerti dalle banche concorrenti (noi abbiamo questo, voi no) ma sono le modalità della comunicazione commerciale delle banche stesse.
Noi abbiamo visto solo questi due manifesti (peraltro relativi a tre banche che hanno fatto della efficacia della comunicazione commerciale una loro peculiarità), ma non escludiamo che anche altre banche siano state "prese di mira".
In ogni caso, complimenti al coraggio dell'ufficio marketing di UBI Banca e spazio alle immagini.
Sotto a sinistra vedete la campagna UBI Banca, a destra le modalità di comunicazione commerciale delle altre banche concorrenti oggetto della "comparazione".


































e via proseguendo

















(aggiornato il 20 settembre 2009)

venerdì 18 settembre 2009

I 39 scalini

martedì 15 settembre 2009

Cameo

Sì, sono loro, Sam Raimi e Joel Coen appaiono in Spie come noi di John Landis. Un omaggio a un grande regista da parte di due colleghi.


venerdì 11 settembre 2009

Critica militante da Venezia

Se Mereghetti trova l'esordio di Tom Ford con A single man, tratta da uno splendido romanzo di Isherwood che non ha letto quasi nessuno, un buon film con i suoi buoni difetti, Paolo D'Agostini su Repubblica, sfoggia la sua militanza dichiarando che il film è un "tipico esempio di cinema dei costumisti e degli scenografi, disperso in mezzo a una drammaturgia decrepita e allo speculare compiacimento fotografico per i bei corpi maschili ha solo un momento di intensità [e ti pareva...]: quello dell'incontro tra George e la sua amica, interpretata da Julienne Moore".
Al di là dello stereotipo su scenografi e costumisti, si nota che naturalmente se ci fosse stato un compiacimento fotografico per i bei corpi femminili (come spesso accade ed è accaduto), siamo sicuri che D'Agostini non avrebbe chiosato in questo modo.
Si nota anche, che sul sito di coming soon questo film, è, al momento, l'unico di quelli in concorso non recensito dai critici della rete. Salvo aggiunte successive
Quando si dice critica militante.

una nave di mattoncini

Si chiama Gionata, ma la mamma lo chiama Gio' non per fare prima, ma per non ricordare che quel nome, che poi era quello del nonno, lo ha scelto il padre. Lei pensa che se lo chiama Gio' sia un po' più suo.
Gio' ha 4 anni e sa cosa deve fare quando si sveglia al mattino. Silenzio. Si veglia sempre prima di tutti, eccitato per un nuovo giorno che comincia. Scende dal letto, va al bidone giallo piazzato dall'altra parte della sua cameretta dalle pareti azzurre e prende i suoi Lego.
Gio' non ama le confezioni precotte di oggi, ha voluto i mattoncini sfusi per costruire quello che desidera. Gio' da settimane sta lavorando ad un progetto segretissimo, nemmeno la mamma lo sa. Ci lavora ogni mattina, prima che si sveglino tutti e lo chiamino per la colazione.
Ogni giorno un mattoncino, ogni giorno un nuovo pezzo. Poi si ferma, controlla la solidità dell'opera e con un sorriso soddisfatto la rimette dentro il bidone giallo.
Gio' sta costrudendo una nave, una grande nave da carico come quelle che ha visto in quel film che suo papà aveva iniziato a vedere prima di addormentarsi. Gio' ne aveva visto un pezzetto, poi la mamma aveva spento il televisore e mandato Gio' a letto, mentre suo padre gorgogliava ancora sul divano.
Era una grande nave, con la punta arrotondata e una ciminiera e una stiva enorme che ci entrava dentro un camion di sicuro.
Quella mattina Gio' sta ultimando la copertura della sua nave. Si ferma eccitato a guardarla. Grandissima. Non affonda, ne è sicuro. La ha rinforzata bene. Con un piccolo fremito mette la copertura alla sala comandi. Poi, senza rendersene conto, esclama a voce alta: Finita!
Si gira verso la porta. Il suo grido avrà attirato qualcuno? Sembra di no. Aveva rischiato di rovinare tutto.
La voce della mamma: Gio' vieni, la colazione.
La mamma dice sempre la stessa frase, pensa Gio'. Gli mancherà la mamma, lo sa. Ma ora c'è la nave, la sua bellissima nave di mattoncini, non può aspettare, non può ripensarci. Se saluta non andrà più via.
La mamma di Gio' si è stufata di chiamare e raggiunge la stanza del figlio. Apre la porta mentre domanda se per caso un bambino di sua conoscenza è diventato sordo. La sua domanda riembalza in una stanza vuota.
Sorpresa, la mamma di Gio' si mette a cercare per tutta la casa, senza trovare il bambino.
Nella cameretta dalle pareti azzurre, il tappeto è bagnato e la nave di mattoncini colorati è sparita.

chiamate senza risposta

Show business is dog-eat-dog. It's worse than dog-eat-dog. It's dog-doesn't-return-other-dog's-phone-calls, which reminds me I should check my answering service.

E non solo il mondo dello spettacolo....

Woody Allen istruisce la nipote sulla vita all'uscita dal cinema in Crimini e misfatti.

giovedì 10 settembre 2009

cucù tette!

In un ipermercato del milanese un gruppo di belle ragazze si accalca vicino a un palco: ci sono i provini per le nuove "veline" di Striscia la notizia.
Perchè vuoi fare la velina? domanda il presentatore della serata.
Perchè penso che si debba fare il lavoro che ci piace e poi perchè voglio sposare un calciatore.
Nel pubblico, una signora anziana seduta su una sedia di plastica, applaude contenta.
La colpa è delle madri italiane, madri come quella del giovanotto wannabe, dall'accento impossibile, che lo segue al ristorante dove ha dato appuntamento a una ragazza.
Che devo fare io? L'operaio per tutta la vita?, si lamenta il giovanotto che vuole emergere.
La sua figura fa tenerezza e non ispira biasimo.
Sono due momenti di Videocracy dello svedese-bergamasco Erik Gandini, il quale costruisce un documentario ad uso degli stranieri sull'etica e l'estetica della televisione commerciale italiana fondata sulla tetta e sul culo e, di riflesso sui suoi abitanti.
Programmatico in alcuni momenti, impreciso in altri (Berlusconi non ottiene la cittadinanza onoraria della Costa Smeralda - paradiso off-shore? - ma semmai di Olbia), il film di Gandini ha però dei buoni momenti cinematografici.
Come il pezzo su Lele Mora, potente agente televisivo, che mostra al regista il suo cellulare: mentre suona "faccetta nera", si vedono scorrere croci celtiche e svastiche.
"Carino, no?", chiosa Mora, mentre la camera si avvicina lentamente ad un primo piano della paciosità del male.
Ma, e qui cadono in errore i soloni dell'indognazione nostrana, la videocamera a tratti impietosa di Gandini, non "distrugge" Mora e Corona (altro momento con tocchi cinematografici interessanti). Sì, c'è tutto il discorso tv/potere, la costruzione di un impero mediatico, il fatto che il Primo Ministro sia anche proprietario di reti tv e di un impero mediatico. Ma le inqudrature peggiori sono per la gente, quel popolo che non vedeva l'ora di vedere un po' di culi e tette in tv.
Ad essere inquietanti mostri catodici non sono ballerine, veline, Briatore, Mora, Corona e, infine, Berlusconi.
Inquietanti sono le persone che aspettano ore davanti al Billionaire per avere una foto con il vip di turno, o semplicemente vederlo. Inquietanti sono quelli che fanno il pubblico per ore in uno studio tv solo per sedere vicino a Simona Ventura.
Inquietanti sono gli intellettuali, i critici, quelli che si credono migliori, ma che urlano "fica", esattamente come tutti gli altri.
Inquietanti sono i dati: un italiano su 10 legge un quotidiano, l'80% delle persone ha come unica fonte di informazione la televisione, siamo un paese che amerà tanto le donne, ma solo come buco in cui sfogare la virilità e quanto a concedere pari opportunità siamo messi male.
Proprio in questo senso, nelle pieghe nascoste dal regista che il documentario appare interessante.
In un paese ad alto consumo di telefoni cellulari, in cui si è tolta dignità al lavoro umile (colorandolo di disprezzo tutto radical chic, intellettual-comunista), in cui si parla sempre di denaro, dove la riflessione e il silenzio non sono graditi, dove la stampa è gridata (non solo quella berlusconiana), dove sul vippame campano tante persone, dove chi lavora nei media disprezza la gente che compra i prodotti (riviste in primis) che si realizzano (sono loro che li vogliono così, si dice autoassolvendosi), dove la femmina non è donna ma "gnocca", ha davvero poco senso fingere indignazione pelosa. Ed è ipocrita da parte del pubblico - il cd. pubblico che legge i giornali e dichiara di volere fuggire dall'Italia una volta al mese - cercare due o tre capri espiatori per lavare una coscienza bagnata di sperma.
Gli intellettuali (Blob su tutti, ricordate fascia pro-tetta?) hanno sigillato con il loro cinismo ambiguo, l'elogio della tetta televisiva, anzichè condannarlo. Un po' come dire: anche a noi piace la tetta come ai poveracci, ma a noi per i motivi giusti, a loro per i motivi sbagliati.
Dal documentario di Gandini, emerge, con le necessarie forzature (come tutti i documentari, l'unica cosa oggettiva è la webcam fissa su un parcheggio, tutto il resto è fiction), un paese felicissimo che ci sia la fica scosciata, felice di culi e tette al vento, in cui le donne sono complici silenti di un maschilismo e machismo sottile e pervasivo che le costringe a "comportarsi da maschio" se vogliono emergere. Pena l'oblio o l'accusa di lesbismo (una donna che rompe le palle agli uomini viene subito accusata di essere lesbica).
Gandini sfugge all'enfasi, e la sua analisi, seppure a prima vista sembri dare la colpa ad un uomo solo della deriva culturale di un Paese (una sciocchezza colossale), nelle sue pieghe nascoste si rivela abbastanza chiara, con un messaggio ai mercanti dell'indignazione e delle firme in piazza.
Volevate la FICA? Lui ve l'ha data. Che cazzo avete da lamentarvi?

sabato 5 settembre 2009

Chiude Sentieri

L'unica soap che ho visto in vita mia è stata la prima soap, in assoluto, il prototipo, quella da cui nasce il termine soap (era uno show interamente pensato da Procter & Gamble).
So parlando di Guiding Light, conosciuta da noi come Sentieri, che dopo 72 anni di carriera radiofonica prima (dal 1937) e televisiva poi (dal 1952), chiude con la (segretissima) puntata 15.762.
Dopo la scuola, mentre pranzavo, seguivo le interminabili puntate ambientate a Springfield (chissà se Matt Groening non volle fare un omaggio a questa soap).
Il fascino che ebbe per me da subito la narrazione di Sentieri (che poi è lo straordinario fascino di tutte le soap) fu quello della immobilità sospesa della trama. I personaggi venivano mossi freneticamente lungo la scacchiera dell'intreccio per poi essere posizionati quasi nello stesso punto di partenza. Una corsa da fermo. Una trama in stop motion, narrazione a passo uno che riusciva ad appassionare un pubblico essenzialmente femminile, più predisposto di quello maschile alle seghe mentali e tramiche. L'ambientazione ospedaliera - copiatissima da allora - aggiungeva quel "dramma" che agli americani (e non solo) piace moltissimo.

Negli ultimi 17-18 anni ho perso di vista Sentieri, un po' come si perdono di vista quei parenti cui sei affezionato ma con cui non hai più nulla in comune, e pensi vivranno per sempre., così che potrai salutarli di nuovo un giorno.
Se fossi un autore di soap scriverei che la luce di Guiding Light si è spenta per sempre.
Ecco l'omaggio di quest'anno agli Emmy, per capire come in USA riescano a fare spettacolo con tutto.



venerdì 4 settembre 2009

Il menù dei giornali e la fame dei lettori

Ecco cosa scrive Stephan Faris su TIme

In un Paese dove il Presidente del Consiglio controlla le tv, solo una persona su dieci compra i quotidiani mentre - secondo la World association of newspaper - negli Stati Uniti lo fa una su cinque e in Giappone tre su cinque.

Il problema sembra essere lo scarso appetito degli italiani per l'informazione. Ma se la colpa fosse invece del menù?
(...) Quando in un incontro sui mezzi d'informazione ho fatto notare che i giornalisti italiani sembrano scrivere per i loro colleghi, per i politici o per il piacere di leggersi, il pubblico ha applaudito. E nel dibattito successivo molti hanno chiesto perchè nessuno scrive le notizie per i lettori.
(...)
Secondo Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all'università di Perugia, la stampa italiana è sempre stata scritta da e per gli intellettuali (e non solo i quotidiani, aggiungo io - N.d.R.). Le pagine culturali dei principali quoditiani hanno l'aria di una rivista accademica. La grafica e l'impaginazione sono dense e confuse. (...) Quando esplode un caso politico, le prime pagine ospitano anche cinque diversi articoli di giornalisti di punta che espongono il loro parere. Raramente si spiega il contesto.
(...)
Non c'è da sorprendersi se gli italiani si rivolgono a fonti di informazione alternative. Negli ultimi anni hanno avuto successo i quotidiani gratuiti, distribuiti alle fermate della metropolitana.
(...)
La crisi che colpisce i giornali di tutto il mondo non fa eccezione in Italia. (...) In questa situazione sorprende la domanda di un altro tipo di giornalismo. (...) Le vendite dei giornali sono generalmente in calo, ma Internazionale vende il 25% di copie in più rispetto all'anno scorso.

Alcune considerazioni

1. Notare l'asciuttezza con cui è scritto il pezzo. Solo informazioni, nessuna opinione personale, nessuna spocchiosità intellettuale, rispetto per chi legge e vuole informarsi.
2. L'articolo è di un giornalista straniero, di un giornale straniero, pubblicato su un settimanale italiano (Internazionale) che così si autopromuove, ma è un peccato veniale.
3. La fame di informazione diversa è fame di articoli della stampa straniera. Non tanto, si spera, per quello scadente provincialismo italico che fa usare l'inglese anche se non necessario, a tutti i livelli (dal giornalista, allo studente, alle istituzioni - ha senso election day o Ministero del Welfare in un paese dove fino a prova contraria la lingua madre rimane l'italiano?. Ha senso usare termini come homeless o clochard, solo perchè senzatetto o barbone li giudichiamo troppo scopertamente "duri", vivi, reali? Ha senso dire midia e plas, anzichè media e plus?, tanto che poi lo studente universitario pronuncia "non plas ultra" o "in midias res"? Ha senso prendere in giro una persona che pronuncia male una parole inglese, quando poi si scrive "qual'è" o "dò"?).

In realtà c'è fame di informazione straniera (specie in politica estera) perchè la nostra è schiava del commento, prona all'elzeviro, sdegna il pezzo semplice che racconta i fatti, perchè siamo il popolo delle interpretazioni e, preferibilmente, delle dietrologie.
La frase preferita dei commentatori è "la situazione è in realtà più complessa" (ma mai che spieghino con parole semplici questa, a loro dire, complessità).

Nei temi un tempo si chiedeva allo studente di non esporre il suo parere (di cui poco ce ne cale, a meno di non essere Autorevole dottrina) ma di raccontare i fatti, possibilmente in modo corretto.
I giornalisti paiono averlo dimenticato e preferiscono le allusioni.

Ma siamo sicuri, e qui mi permetto di dissentire con Faris, che il popolo italico (quella minoranza che legge la stampa quotidiana, almeno) ami leggere le notizie? O non voglia piuttosto che l'intellettuale spinga e fomenti lo scontro sacralizzandolo con la sua conquistata statura?

Ci fu l'Indipendente, quotidiano che tentò la via della notizia nuda e cruda. Fallì dopo poco.

Ho maturato l'idea che al popolo piaccia lo scontro delle opinioni, e piaccia sopratutto il calore rassicurante delle proprie posizioni granitiche (in tutti i campi: politici, religiosi, cinematografici, biblici, musicali, sessuali, alimentari), essendo scarso l'interesse per esplorare mondi diversi dal proprio. O nero o bianco, o di qua o di là, o etero o gay, o carne o pesce, o destra o sinistra, o bianco o rosso, o maschio o femmina, o commerciale o d'arte.

L'editorialista, l'intellettuale tonanti, offrono il rifugio e il conforto alle posizioni granitiche.
E quelli che non lo fanno, perchè hanno posizioni granitiche (oggi si dice: non negoziabili) opposte, semplicemente non si leggono e quindi non esistono.

giovedì 3 settembre 2009

ok, è meglio del film

Saunders a French sono uniche.



Se vi è piaciuta la prima parte, seguite anche la seconda.

coincidenze

coincidenze della pianificazione pubblicitaria (su Style magazine).

domenica 30 agosto 2009

Una mappa del mondo



venerdì 28 agosto 2009

Cuor di cinefilo

Alcuni dei nostri migliori amici sono, o sono stati, cinéphiles (...).
Essere cinéphiles ha voluto dire cose diverse in tempi diversi. I primissimi esemplari erano già adulti negli anni '30; borghesi raffinati e coltissimi, per lo più grandi lettori di Proust, di Gide, di Thomas Mann, della Woolf, e che tuttavia, calata la era, richiudevano la prima edizione integrale di Ulysses e correvano da Bette Davis e Fred Astaire. Il movente principale era genuino: si divertivano. Ma già che c'erano, come nel cristianesimo primitivo, i germi di future degenerazioni.
Un sospetto di compiacimento per questo amore un po' canagliesco e "diverso", coltivato da pochi. Un filo di segreta condiscendenza e insieme una sorta di aggressività difensiva, che portava a sopravvalutare ("per me un'inquadratura di Carnè vale un'incisione di Rembrandt, se permetti") quest'arte da tutti allora giudicata minore e plebea.
E l'inevitabile sfumatura politica: i film stranieri, francesi e sopratutto americani, visti come veicoli di evasione dalla meschina egemonia littoria, nemica via via più rabbiosa di ogni esterofilia.
Dopo la guerra questa minuscola élite perse in parte le sue motivazioni, la sua ragion d'essere. Nei fervori della Liberazione e del Neorealismo, l'interesse per i polpettoni con Joan Crawford e Michèle Morgan sembrò tutt'a un tratto frivolo, irrimediabilmente passé. Il cinema divenne una cosa seria, un'arte a pari merito con le altre, che andava avvicinata con il più assoluto rigore e con massimo rispetto intellettuale.
I cinéphiles di quel periodo erano giovani e intensi; (...) Non che altrove fossero diversi. L'atteggiamento "giacobino", l'occhiata "massonica" tra confratelli, quelle ragazze nere nere, quei ragazzi tra il fiero e lo smunto, si ritrovavano identici nella cinemateca del Boulevard Malesherbes a Parigi, o in uniziatico cineclub londinese cui si accedeva percorrendo i lunghi, spenti, corridoi del Victoria and Albert Museum, tra canguri impagliati e armi esotiche.
Che male c'era in quelle serate, dove per non offuscare le decrepite pellicole mute era vietata la sigaretta? Che male facevano quei defilati, sparuti, cultori della celluloide? Ad essi dobbiamo è vero, certi rarissimi Nô giapponesi filmati con la camera fissa il cui ricordo ancora di fa destare la notte invocando la mamma; e certi documentari di suprema bellezza plastica che ci sono stati utilissimi per definire i vertici supremi della pallosità. Pure, in quelle salette tenebrose, in mezzo a quei volti aggrottati e compresi, vedemmo Abel Gance e Bunuel, Buster Keaton e Marlene in versione originale. E quanto a Les enfants du paradis, rivale in ubiquità della Corazzata Potemkin, ci voleva qualche astuzia, ma si riusciva spesso a scansarlo.
Ma nessuno è innocente in questo mondo di buone intenzioni.
(...)
Se oggi siamo tentati di considerarli dei "cattivi maestri" è perchè, nella foga del proselitismo, dimenticarono di spiegare ai loro seguaci che il cinema è solo uno dei tanti piaceri dello spirito, che lo "specifico filmico", ammesso che esista, è strettamente imparentato con lo specifico romanzesco, teatrale, lirico, storico, filosofico, musicale e con tutti gli altri elusivi "specifici" che fanno spettacolo da millenni.
(...)
Scatenato, famelico, il cinéphile moderno sembra addebtare indiscriminatamente nell'immensa torta. Ma in estetica (come in amore, in politica, ecc.) non esistono in realtà uomini senza valori, senza principi. La filologia non esclude la volgarità, spesso la nasconde, volentieri la giustifica, la esalta; e nell'euforia del trionfo il cinéphile lascia trapelare le sue preferenze di fondo, il suo vero "gusto" di semianalfabeta, passato direttamente dai fumetti dell'infanzia e dell'adolescenza alla "civiltà dell'immagine" su piccolo e grande schermo.
Egli vive in un mondo deformato, abnorme, tra escrescenze da lui stesso suscitate, tra esagerazioni prive d'ogni scala comparativa. Carné uguale a Rembrandt? E chi è Rembrandt? Franchi e Ingrassia studiati in Sorbona come Rabelais? Ma cos'è questa Sorbona e chi è Rabelais? Forse l'aiuto elettricista di Renoir?
Le cosiddette "masse" da cui lui stesso proviene, non chiedono di meglio che applaudire le sue scelte concettose e turpi, dandogli sempre nuovo potere, sempre nuova arroganza moralistica. E la società tutta, da tempo in ginocchio davanti all'altare della "specializzazione", lo incoraggia, lo adula, lo ammira.

I fin troppo cattivi Fruttero e Lucentini, in La prevalenza del cretino.

mercoledì 26 agosto 2009

Mamet: riflessioni

Scrivere per la radio costringe e insegna a seguire la corrente, vale a dire la storia. La storia è tutto cioò che compete al teatro, il resto è solo involucro: questa è la lezione che impartisce la radio.

Domanda: Ti è piaciuto il film?
Risposta: Tecnicamente era eccezionale.
Va bene, e allora? Anche Hitler aveva una cinematografia fantastica. La domanda che abbiamo smesso di farci è: "Quelle tecnica cinematografica eccezionale o fantastica è messa al servizio di cosa?".
La "tecnica cinematografica" è stata la morte del cinema americano e la "produzione" la morte del teatro americano.

Lavorare per il cinema mi ha insegnato (per il momento, almeno) a seguire la trama e a non barare.
Noi americani abbiamo sempre considerato Hollywood, bene che vada, un covo di corruzione e venalità. Ed è vero. Non è un Monastero per la Conservazione della Verità Estetica. E' un posto in cui tutto è estremamente caro.
Oggi (1986 - N.d.R.) girare un film costa centomila dollari al giorno. Perciò non è una buona idea scrivere una splendida scena che intralcia la trama, dato che, quando il film viene montato e il tecnico deve ridurre da due ore e un quarto a due ore tonde, la splendida scena che intralcia la trama è destinata ad essere tagliata e lo scrittore la sciupato la bella somma di centomila dollari.
La preoccupazione che hanno a Hollywood per l'aspetto economico mi ha riportato ai miei primi anni in teatro.

Quando mettevamo in scena commedie nei garage e negli scantinati delle chiese, tutto quello che veniva usato nello spettacolo era preso in prestito, rubato o, come extrema ratio, acquistato col salario da tassista o da cameriera dei membri della compagnia.
Questo rapporto salutare con le necessità finanziarie era tutto a vantaggio della qualità del teatro perchè sulla scena veniva messo solo ciò che era indiscutibilmente essenziale alla produzione.
Un altro aspetto istruttivo a proposito delle necessità finanziarie che ho scoperto lavorando per il cinema, è la costante preoccupazione per il pubblico.
Nei teatri-garage, se non sei divertente, la gente non ci viene.
Non sembra che a Broadway questo principio sia molto in voga, ma a quanto pare per il cinema funziona.
Con l'intenzione di convincere il pubblico a comprare i biglietti, i popcorn prima dello spettacolo, Bob Rafelson (regista del Postino suona sempre due volte e mio sponsor a Hollywood) mi poneva in continuazione domande sulla sceneggiatura, e la sua richiesta era sempre: potrebbe essere migliore?

(Da David Mamet, Writing in Restaurants)

lunedì 24 agosto 2009

Si riparte

Al via la terza stagione di Mad Men una serie di nicchia in una tv di nicchia che si è guadagnata riconoscenza e riconoscimenti da tutti i cinefili. Di seguito due promo, per avere una idea di come uno stesso prodotto si possa lanciare in modi diversi. Per chi lo desidera, c'è anche il link dove recuperare una versione "action" del lancio della nuova stagione.

Prima versione, "classic" (la parola chiave è "DRAMA", Woody Allen, cit.)



Seconda versione, "hot"



Qui invece il link alla versione più "action".

domenica 23 agosto 2009

La perfezione soffocata

Firenze, Galleria dell'Accademia, un posto singolare dove piazzare una mostra su Robert Mapplethorpe, se non altro perchè i milioni di turisti che la affollano sono tutti venuti per una cosa sola, anzi, due: i Prigioni e il David (pronuncia: Devid), si quello di Michael Angel, come lo chiameremo presto anche noi soffocati dal nostro provincialismo anglofono.
No photo, ricordano ogni dieci secondi i solerti custodi in un tripudio di flash che illuminano sempre la stessa banalissima inquadratura (*).
Che sarà mai passato nella mente dei curatori della Mostra?
Un primo effetto straniante lo hai quando ti rendi conto che la maggior parte delle persone non è venuta per Mapplethorpe e passa davanti a quelle foto per caso, in fretta, come fossero un curioso omaggio per chi è venuto ad ammirare il David.
Poi ti decidi a seguire i curatori della Mostra cercando di capire il perchè della scelta, ricordandoti che, sì è vero, Mapplethorpe aveva espresso una ammirazione per il lavoro di Michelangelo, per il suo studio del corpo della plasticità. E' un aggancio esile, te ne rendi subito conto, financo pretestuoso, ma è quello che ti offrono con "La Perfezione nella Forma", accomunando la ricerca di Mapplethorpe a quella dei grandi del Rinascimento, in particolare il ricordato Michelangelo.
Peraltro, confermando i nostri dubbi, nell'introduzione alla Mostra i curatori ci dicono che "è necessario tuttavia chiarire che questo (un paragone con una statua di Giambologna fatto prima, N.d.R.), come ogni altro paragone con il passato, deve essere inteso nel giusto valore di assonanza nel campo di interessi per la ricerca, ma non di identità delle soluzioni raggiunte, che sono sempre assolutamente personali, e che in quanto inserite in un contesto storico diverso, richiedono una diversa interpretazione".
Una mirabolante giustificazione della pretestuosità dell'accostamento.
Probabilmente molti saranno rimasti affascinati dai paragoni tra lo studio del corpo del fotografo americano e quello fatto da alcuni artisti del Rinascimento, ma la puzza di pretestuosità non mi ha mai lasciato. E questo nonostante l'appoggio alla mostra dato dalla fondazione Mapplethorpe.

Capisco però che è difficile organizzare una mostra su Mapplethorpe che dia un contributo originale, specie dopo il capolavoro di quella organizzata a Torino al parco del Valentino.
Le foto di Mapplethorpe, specie gli studi su Ajitto o Thomas, si perdono ai piedi del David (senza che poi a chi non ha seguito la mostra si dia uno straccio di spiegazione sul perchè 4 foto di uomini di colore nudi si trovino ai piedi della statua). Altre foto spariscono tra i Prigioni.
L'immagine di Mapplethorpe scompare di fronte al marmo di Michelangelo.
Per chi conosce a memoria la galleria dell'Accademia (alla con meno cose di interesse della Pinacoteca di Brera) e vuole vedere solo la Mostra di Mapplethorpe, sono sempre 10 euro.


(*) Come davanti alla bocca della Verità. Tutti in coda per la foto (e un vecchio chiede un obolo di un euro pro chiesa) e tutti con la stessa faccia ebete, il sorriso di chi ce l'ha fatta e la stessa mano infilata poco, pochissimo, nella bocca, non si sa mai. Qualcuno potrebbe entrare fino al gomito, un altro mettere la mano palmo in sù, un altro insierire solo due dita lambendo la bocca della faccia severa. No, paralizzati dalla normalità, tutti scattano la stessa identica foto da souvenir d'Italie. Evitare questa tortura e tuffarsi direttamente dentro Santa Maria in Cosmedin, è un piacere da gustare in silenzio.

sabato 22 agosto 2009

that wasn't chicken

In realtà i cinesi sono i migliori ristoratori del mondo (questa viene da un film...).
No, dai, io ho sempre mangiato con piacere dal cinese.
Recentemente mi è successa poi una cosa straordinaria. Ho provato una trattoria cinese.
Sì, non uno di quei ristoranti dal menù chilometrico e sospetto. Proprio una trattoria, come quelle che in Italia stanno scomparendo (almeno dalle grandi città).
La trattoria cinese in questione si trova a Roma, è frequentata molto da cinesi e non è in periferia, ma a due passi dal Viminale e via Nazionale, per giunta di fronte al Teatro dell'Opera.
La prima sera che ci sono stato io e il mio compagno per la prima ora siamo stati gli unici italiani.
La signora offre un menù ristretto, pochi piatti (si mangia quello che c'è), fa i ravioli con le sue mani (una delizia da sturbo), ti fa aspettare (segno che i piatti vengono fatti al momento), e si ricorda di te.
Naturalmente, facendo i ravioli in casa, se ti si presenta una comitiva di cinesi affamati rischi di non trovare nulla. Meglio arrivare tra le 19.30 e le 20.00.
Non spendi mai più di 15 euro (se mangi veramente molto) e se le piaci e si ricorda di te ("io ricordo te, piace gamberi") puoi mangiare un antipasto due primi e due secondi a 8 euro a persona.
Lei prende le ordinazioni, ti sorride e infila il biglietto con la comanda in una canna di bambù piantata sul pavimento. La cucina è al piano inferiore.
Non c'è la grappa di prugna, ma se ne può fare a meno. Il palato si alza soddisfatto dopo 6 ravioli di carne e verdure dalla pasta sottile, fatti a mano con la gioia di sentirsi dire che sono meglio di quelli mangiati a Shangai. E se prendete la noodles soup (sempre che non sia finita...) vi guardano ammirati.

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